mercoledì 29 settembre 2010

Riyoko Ikeda e il mito di Lady Oscar

Dal 30 settembre al 3 ottobre si terrà a Roma la decima edizione di Romics, la rassegna internazionale del fumetto. Quest'anno, ospite d'onore sarà Riyoko Ikeda, la donna giapponese che ha creato uno dei personaggi più rappresentativi e importanti nella storia del fumetto: Berusaiyu no bara. Alias, Lady Oscar. Io credo molto nel potere educativo dei cartoni animati. Lo avrete notato. Come sono molto attenta al messaggio maschilista lanciato dagli Incredibili o a quelli retrogradi di Biancaneve e Cenerentola, così mi piace anche esaltare le storie positive, quando le incontro. E una di queste è proprio Lady Oscar. Anche L'uomo tigre mi ha molto appassionata, ma non so ancora se per una qualche mia devianza particolare, o se perché in effetti il messaggio del lottatore buono che aiuta i bambini dell'orfanotrofio, abbia toccato le corde della mia sensibilità. Comunque, resto convinta che gli adulti siano il frutto dei cartoni animati che hanno visto da bambini. La mia generazione, cresciuta in mezzo alla violenza televisiva, alle tragedie personali di Candy Candy e di Remi, ai lutti infiniti di cuccioli che perdevano le madri (Bambi), o i padri (Kimba-il-leone-bianco) - per non parlare di tutti quelli che un padre non ce l'hanno mai avuto (Dumbo e anche Bambi stesso, che cresce accompagnato da un amico deficiente, detto Tippete) - è stata senz'altro fortificata nell'animo da tutta questa sofferenza. Qualcuno non ce l'ha fatta, e oggi è in terapia. Ma è la legge della giungla: i deboli soccombono. I miei coetanei sono tutte persone che hanno ben presente la distinzione tra il bene e il male. Tra la vita e la morte. E cercano di condurre le loro esistenze in maniera molto prudente. Molti di noi osservano con sospetto anche i tombini sotto i marciapiedi, che dopo l'uscita di IT hanno acquistato un aspetto inquietante. Ma questa è un'altra storia. Resto solo curiosa di vedere come saranno gli adulti cresciuti con i Teletubbies.
Comunque, fra tutti questi cartoni animati, senz'altro quello più formativo, almeno per noi donne, è stato Lady Oscar. Senza dubbio. Una ragazza, vissuta ai tempi della rivoluzione francese, che ha ricevuto dal padre un'educazione militare perché in famiglia si aspettavano un maschio e non una femmina. Una ragazza dai nobili sentimenti e alti ideali, ma anche molto umana e fatta di carne e ossa. Tant'è vero che alla fine, smentendo le dicerie sulla sua presunta omosessualità, si mette con André. Fra l'altro, fa riflettere il fatto che Lady Oscar non fosse una rivoluzionaria, ma comandante della Guardia Nazionale al servizio della Regina Maria Antonietta. Quindi liberté, égalité e fraternité non erano proprio il suo motto. Insomma, non era di sinistra. Era semplicemente una donna. Che lavora. Indipendente. Seria. Puntuale. Dotata di senso civico, dal momento che rifiuta un aumento di stipendio offertole dalla regina, perché non le sembrava il caso, vista la crisi economica. Ma anche innamorata. Sensibile. Umana. Un modello per tutte le trenta/quarantenni di oggi. Un modello triste, ovviamente, perché come tutti i cartoni animati dell'epoca, anche questo non poteva che finire tragicamente. Lady Oscar muore durante l'assalto della Bastiglia. E comunque era già malata di tubercolosi. André era morto poco prima colpito da una pallottola vagante. Insomma una pena infinita, che ci lascia l'amaro in bocca. Come dire: "Care ragazze, è stato bello finché è durato. Ora pensate un po' alla vostra vita invece che guardare sempre la televisione".
Non finirò mai di ringraziare Riyoko Ikeda per averci risparmiato la visione di Lady Oscar sposata con André. La spada sepolta in fondo all'armadio. Dedita soltanto ai figli e alle faccende domestiche mentre il marito diventa generale dell'esercito. Devo dirglielo, quando la vedrò a Roma, dove mi troverò nel fine settimana per una serie di circostanze fortuite. E le farò anche i complimenti, per aver dedicato così tanta passione al suo lavoro, nonostante fosse pagata un terzo rispetto agli uomini e lavorasse il triplo. Quando chiese perché gli uomini dovessero guadagnare di più, le fu risposto che si suppone che gli uomini debbano sposare una donna e mantenerla, non il contrario.
Chiudo con uno stralcio della sua intervista a Repubblica: "Io credo che Lady Oscar rappresenti la libertà: quella di essere una donna dall'animo più maschile, oppure un uomo dall'animo più femminile. Sono felice del mio immenso successo qui in Italia". Già. Perché ce n'era un disperato bisogno.

Lettera di Luciana Littizzetto ad Andrea Biavardi, direttore del mensile "For Men Magazine"

Riporto integralmente.
Lo confesso. 
Ho ceduto alla tentazione di comprare la nuova rivista maschile "For men magazine". 
Del resto, come potevo resistere agli affascinanti argomenti annunciati dalla copertina (che, tra parentesi, ritrae un tizio con una faccia da pirla e un asciugamano di spugna bianca che fa tanto "figo da spogliatoio")? 
Almeno quattro i titoli memorabili: 
"Falle dire basta stanotte!" 
"Ricco entro Pasqua: 15 idee geniali" 
"Trucchi: mangi il doppio diventi la metà " 
"Smetti di fumare e voli ai Caraibi". 
Non vorrei deludere il geniale direttore Andrea Biavardi, ma a far dire "BASTA" a una donna siete già tutti bravissimi da soli poichè di solito ne abbiamo abbastanza dopo i primi tre minuti. La vostra difficoltà sta nel farle dire "ANCORA!", al limite. Ci pensi su, per il prossimo numero. 
Riguardo allo slogan "Ricco entro Pasqua" beh, signor Biavardi, se vuole fare le cose fatte bene, nel prossimo numero alleghi anche due simpatici gadgets: passamontagna e chiave inglese. 
Alla promessa "Mangi il doppio e diventi la metà ", invece, tenderei anche a credere. Bisogna vedere la metà di cosa. Io se mangio il doppio, signor Biavardi, divento l'esatta metà del Partenone, in effetti. 
Infine, sempre in copertina, campeggia la scritta "Smetti di fumare e voli ai Caraibi". Guardi signor direttore, io non ho mai conosciuto uno che abbia smesso di fumare e che sia andato in un'isola tropicale a festeggiare. In compenso ho sentito un sacco di gente che ha cominciato a fumare sostanze illecite e s'è fatta certi viaggi senza neanche uscire di casa che lei neanche si immagina. 
Ma questo è solo l'inizio. 
Una si illude che il peggio sia già tutto in copertina e invece no, il meglio è all'interno! 
A pagina 52 c'è un avvincente e istruttivo servizio con tanto di foto redazionali su "come slacciarle il reggiseno" che tiene conto dei vari modelli (classico, seduttivo, sportivo...). A parte l'intelligenza del servizio in sè, vorrei soffermarmi sul consiglio per slacciare rapidamente il modello sportivo, che è : "se lei è spiritosa dacci un taglio con le forbici!". Biavardi, io le garantisco che sono una donna alquanto spiritosa, ma se un uomo che magari conosco da poco, in un momento di intimità mi tira fuori dal taschino un paio di forbici, io come minimo penso che sia il mostro di Milwaukee e nella migliore delle ipotesi gli assesto un calcio nelle palle che il mese dopo il soggetto in questione passa dal suo For Men Magazine a Donna Moderna. 
A pagina 50 poi, si tocca l'apice grazie ad un servizio che affronta la spinosa questione: "Se l'iguana domestico ci prova con tua moglie". Nell'articolo si sostiene infatti che ci sono diversi casi di molestie sessuali da parte di iguana nei confronti di donne con il ciclo. Senta signor Biavardi, lei l'ha mai vista una donna col ciclo? 
Mi segua signor direttore, non parlo di una donna in sella al motorino. Parlo della donna in quei giorni lì. Ecco guardi, io in quei giorni ho la cera del cugino It e l'affabilità di Godzilla, non mi si avvicinerebbe a meno di cento metri un velociraptor si figuri un iguana. 
E infine, l'apoteosi vera e propria: il test "sei uno stallone o una schiappa?". 
Le domande sono tra le cose più esilaranti che io abbia mai letto in vita mia. In pratica sei ritenuto uno stallone se rispondi sì a domande come questa: "Ti è mai capitato di farlo con una donna e poco dopo, con la sua compagna di stanza?" 
"Un sacco di volte! Alla casa di riposo "Domus Mariae". 
O "Di essere chiamato da una donna che ti chiede se può venire da te alle nove del mattino?" Sì certo, da una rappresentante della Folletto. 
Mi fermo qui. Donne, consoliamoci: noi una volta al mese avremo pure le nostre cose, ma loro una volta al mese hanno For Men Magazine in edicola. 

Mica lo so' chi sta peggio!!

martedì 28 settembre 2010

Mr. Incredibile e signora

Sono le 23:19, i bambini sono a letto, ho finito di mettere ordine dopo la quotidiana esplosione di un ordigno nucleare nel salotto di casa, il mio compagno è via per lavoro. Torna domenica (un lavoro lungo...). Ho mandato un paio di e-mail per l'ufficio. E sono stanca. Ma non riesco a togliermi dalla testa la trentesima visione degli Incredibili, a cui mio figlio mi costringe da settimane. Una storia di supereroi con superpoteri che salvano il mondo dai malvagi. Ma anche una storia che porta con sé il peggio dei luoghi comuni del mondo. La conoscete la storia? Beh, c'è questo Mr. Incredibile che è sposato con Elastigirl e hanno tre bambini, anche loro con i superpoteri. Per varie vicissitudini i supereroi non possono più esercitare il loro ruolo e sono costretti a vivere come persone normali. Lui lavora in una compagnia assicurativa e lei, indovinate che fa? La casalinga. Lui si sente frustrato perché non può più essere super, mentre a lei in fondo piace stare a casa coi bambini e fare le pulizie. Lei non ha tutte queste ambizioni. Poi Mr. Incredibile viene chiamato in incognito a svolgere una missione. E allora eccolo ringalluzzirsi, mettersi a dieta, fare esercizio fisico, baciare la moglie con trasporto. Ovviamente Elastigirl non sa nulla. Il marito non le dice niente. Probabilmente per evitare una colossale rottura di palle. O forse perché vuole il successo tutto per sé. Fatto sta che Mr. Incredibile in realtà è vittima di un tranello, e la missione per cui è stato chiamato ha come obiettivo il suo stesso annientamento. Elastigirl a un certo punto sospetta che il marito la tradisca, e decide di andarlo a recuperare sull'isola della missione e farlo a pezzi. In pratica Elastigirl con due dei tre figli al seguito (il terzo rimane a casa con la babysitter), scopre che il marito non era infedele, ma solo stupido e lo salva consentendogli poi di eliminare il cattivo di turno.
Una metafora illuminante delle nostre vite quotidiane, in cui siamo sempre appiattite nel nostro ruolo di gregarie e da cui però dipende la salvezza dei nostri uomini, che alla fine si prendono tutto il merito.
"Mamma, ma perché è arrabbiata Elastigirl?"
"Perché Mr. Incredibile le ha raccontato una bugia"
"E perché le ha raccontato una bugia?"
"Perché è stupido"
"E perché è stupido?"
(siamo alla fase dei perché, abbiate pazienza)
A quel punto avrei voluto dire: "Perché è un uomo", ma mi sembrava troppo sessista come risposta.
"Perché sapeva che lei si sarebbe arrabbiata se le avesse detto la verità"
"E allora perché è arrabbiata lo stesso?"
Mio figlio è un genio.
"Allora Lorenzo, chi ha salvato il mondo alla fine?"
"Ehm..."
Ok, il mio tono era troppo minaccioso. Riprovo.
"Amore, hai visto chi ha salvato il mondo?"
"Sì, Mr. Incredibile!"
"EH NO! Pensaci bene. Dalla tua risposta dipendono le prossime trenta repliche del cartone animato".
Spero che la notte gli porti consiglio.

lunedì 27 settembre 2010

Perché gli uomini odiano i bambini?

Nel mito greco di Edipo, il re Laio, a seguito della terribile profezia che sarebbe stato ucciso dal figlio, decise di rinunciare ad avere un erede e di continuare la sua vita come se niente fosse. Ufficio, amici, partita. Per evitare qualsiasi tentazione, Laio ripudia la moglie Giocasta. La molla così, su due piedi, senza darle alcuna spiegazione. Giocasta, per nulla abbattuta e del tutto intenzionata a dare un senso alla sua vita con la maternità, una sera fa ubriacare Laio e, cito da Wikipedia, "riuscì a giacere con lui una notte che si rivelò fatale". Quando nacque il bambino, Laio che fa? Scappa in un altro continente? Cambia identità? Non lo riconosce? No: "lo strappò dalle braccia della nutrice e gli fece forare le caviglie per farvi passare una cinghia e lo 'espose' per mano di un servo". Alla faccia dell'amore paterno.
Non riesco a capire come mai Freud si sia concentrato così tanto sul fatto che Edipo (che significa infatti "piede gonfio") ebbe dei rapporti incestuosi con sua madre, fra l'altro senza nemmeno saperlo, e non sul fatto che un padre possa bucare le caviglie di un neonato per darlo in adozione. È un secolo che ci fanno una testa così parlandoci del complesso di Edipo, ma mai una parola su quel bastardo del padre. Comunque.
Questa dolorosa premessa serve ad aprire una finestra sul mondo moderno, in cui pare che gli uomini non abbiano affatto smesso di odiare i propri figli. Ovviamente non in termini così accesi. Diciamo che oggi l'uomo medio quando diventa padre, dopo aver assistito al parto, dopo aver tagliato il cordone ombelicale (sempre meglio che perforato le caviglie), dopo aver asciugato il sudore dalla fronte della moglie, dopo aver guardato orgoglioso l'erede, a testimonianza dell'infallibilità dei suoi spermatozoi, riprende a fare la stessa vita di prima. Come se dicesse: "Sì, carino dai, ma adesso ho da fare". Oggi come 2000 anni fa, i padri sono completamente distanti dai loro figli. Lo so, adesso mi direte che no, che non è vero, che "Mio fratello gioca sempre con suo figlio", che "Mio cognato stravede per la sua bambina", che "Il mio amico soffre quando va a lavorare e lascia il bambino a casa con la mamma". Sì, tutto molto bello. E allora come mai in quasi tutte le aziende italiane quando una donna ha un figlio la sua carriera si ferma, mentre quella di un padre no? Come se le donne facessero i figli da sole. Come se si perpetuasse all'infinito la storia di Maria e Giuseppe: il figlio lo fa solo Maria, Giuseppe può pure tornare a lavorare, tanto non è suo. Le cronache sono piene di casi di donne licenziate per essere rimaste incinte. Donne che devono per forza scegliere tra la maternità e il lavoro. E gli uomini? Come mai loro non devono scegliere? Dopotutto i figli li fanno anche loro. Eppure poi non se ne occupano. Vogliamo mettere a paragone due manager italiani, una donna e un uomo? Entrambi hanno un figlio. La vita di quale dei due subirà un grande cambiamento? E non parlo di vecchie generazioni, ma di miei coetanei, di giovani in gamba, con laurea, master, capacità di leadership, sia uomini che donne. Niente, non c'è verso.
Oggi le aziende che assumono sono obbligate per legge a rivolgere la ricerca del personale sia a uomini che a donne, ma poi, guarda caso, sono solo gli uomini a ricoprire le posizioni più alte. Uomini che hanno dei figli, ma che non se ne occupano. O meglio, fanno i padri moderni: la sera, quando tornano a casa dopo 12 ore di lavoro, mettono loro il bambino a letto. E il fine settimana lo portano a giocare a palla e gli insegnano a intagliare i tronchi degli alberi. E le mogli li guardano intenerite, pensando che sono veramente adorabili padre e figlio insieme. SVEGLIA! Che mentre vi intenerite, state perdendo il vostro posto di lavoro, o quantomeno la possibilità di crescere professionalmente e di fare carriera. Mentre vi commuovete guardando vostro marito che allaccia le scarpe al bambino, se ne stanno andando in fumo tutti gli anni che avete passato sui libri e all'università. E dovreste chiedervi perché tutte queste cose le state perdendo solo voi e non il padre dei vostri figli, che oltre a mettere a letto il bambino la sera, altro non fa. Provate a chiedergli che numero ha di piede il piccolo. Dai, forza. Chiedetegli se oggi ha fatto la cacca. O cosa ha mangiato a pranzo. Voi lo sapete. Anche se il bambino era in asilo, anche se non gli avete dato voi da mangiare, voi SAPETE sempre tutto. Il padre no.
E allora c'è da chiedersi perché questi uomini così moderni e affezionati ai figli non sentano la necessità di prendersene cura come fa una madre. Perché le battaglie per il lavoro le devono portare avanti soltanto le donne? Perché non protestano anche gli uomini? Perché non ho mai sentito dire a un uomo: "No, oggi non posso stare in ufficio fino a tardi perché voglio preparare la cena a mio figlio"? O addirittura: "Vorrei chiedere il part time perché è nato mio figlio e devo starci dietro"?
Se donne e uomini insieme portassero avanti nelle aziende la battaglia per una politica attenta alle famiglie, forse quelle aziende non avrebbero più la possibilità di fare la scelta "più conveniente". Se i padri manifestassero la stessa esigenza delle donne a stare con i propri figli non solo nei ritagli di tempo, forse non ci sarebbe più bisogno di parlare di pari opportunità. Paradossalmente, la battaglia delle donne per avere più tutela sul lavoro nasce con le premesse sbagliate. Si sta facendo tanto per garantire a una donna le stesse possibilità di fare bene il proprio lavoro, escogitando orari flessibili, agevolazioni, permessi speciali. Ma le aziende che ragionano nell'ottica dell'ottimizzazione dei costi e dei risultati continuano ad avere la possibilità di scegliere la via più semplice: il dipendente maschio. Fintanto che esisteranno uomini e padri disposti a rinunciare all'accudimento dei figli, non ci sarà mai una soluzione. Lo so, cari uomini, è difficile mettere da parte un po' il lavoro che tanto ci piace. Lo so eccome. Ma in parità, i sacrifici vanno divisi.

La maternità ti mette le ali

Rai Tre Presadiretta_26 settembre 2010

domenica 26 settembre 2010

Educazione sessuale


video





Okay, alzi la mano chi non ha mai finto un orgasmo. Lo sapevo.
Oddio, qualcuna c’è. Qualche dura e pura delle pari opportunità. Quelle che ti dicono: “Io sono onesta con il mio compagno”. Ammirevole. Ma non ti sei mai mostrata più entusiasta di quello che eri? Non hai mai dimostrato un appagamento un po’ sopra le righe? Sicura? Sicura, sicura? Le ricerche dicono che quasi una donna su due finge. Che poi non è specificato se OGNI VOLTA, oppure solo ogni tanto. Particolare secondo me non irrilevante.
Pare che il grosso del problema inizi dai preliminari.
Diciamo che il termine “preliminare” ha in ogni contesto sempre lo stesso significato. Quando compro una casa, prima del rogito finale, da cui ne uscirò felice, ma completamente sfinita (almeno dal punto di vista economico), devo fare un accordo preliminare, in cui ci si promettono delle cose: la casa te la vendo così come l’hai vista, ha l’abitabilità, gli impianti sono a norma e tu ti impegni a versarmi il suo controvalore in denaro. E si fissa una data per il rogito, che il venditore vuole che arrivi il prima possibile, mentre l’acquirente tende a ritardare per avere il tempo di avere tutti i soldi disponibili. Al rogito, tutte le promesse devono essere mantenute.
Sessualmente è la stessa cosa. Nei preliminari si lavora perché al “rogito” vada tutto bene e nessuno si senta fregato. Ed è per questo che è importante dedicare molta cura e attenzione a questa fase. Dei preliminari fatti frettolosamente possono portare al fallimento totale dell’intera trattativa. Ti sei dimenticato il preservativo? Mi dispiace: manca l’abitabilità. Non mi hai detto che il tuo impianto non è a norma? Beh, in questo caso, parliamone. Anche qui, di solito, c’è uno che ha più fretta dell’altro. E di solito è l’uomo. Sempre per quella peculiarità secondo cui il maschio, una volta concentrato su un obiettivo, non riesce a dedicarsi ad altro, mentre la donna è abituata ad essere multitasking e a godersi simultaneamente tutti gli stimoli che le vengono dati. Ma non divaghiamo. Il punto focale è che già dai preliminari molte donne sono in grado di stabilire se quel rapporto sessuale sarà un successo oppure no. Cioè: se lo sentono. Come un presentimento. Non lo so, il notaio ha detto qualcosa…il venditore ha fatto un cenno…mi sa che al rogito non ci arriviamo. E in quel momento scatta qualcosa, una sorta di piano B dettato dal corredo cromosomico: l’imperativo di andare avanti comunque. Probabilmente un retaggio della nostra vita animale, quando per garantire la continuazione della specie, la femmina doveva comunque aspettare che il maschio finisse, non è che poteva dirgli: “Senti, perché non vai a cacciare un mammut?” Insomma, ancora oggi, nel 2010, gran parte delle donne aspettano che l’uomo finisca. Senza dire niente. Qualcuna finge. Qualcuna dice: “Scusa, avevo altro per la testa”. Tutte comunque molto attente a non urtare la suscettibilità dell’uomo. Come se l’intera faccenda girasse tutta intorno a lui, unico artefice della soddisfazione sua e della donna. Che poi, se guardiamo ad esempio i gatti, anche là la femmina aspetta rassegnata la fine, ma poi mica finge. Avete mai visto come si conclude il coito dei gatti? La gatta è incazzata nera e il gatto è costretto a fuggire a zampe levate. Perché invece noi ci siamo caricate di tutte queste sovrastrutture? Non potremmo semplicemente prendere a testate il nostro partner per aver saltato a pie' pari i preliminari? O, ancora peggio, per aver creduto che i preliminari si potessero risolvere in due minuti di sesso orale, tipo film porno? Non potremmo avere la stessa dignità delle gatte?
I risultati delle ricerche dicono che le donne fanno così per non ferire l'uomo, per non imbarcarsi in discussioni inutili, per tenere tutto sotto controllo. La cosa mi fa sorridere. Cioè: quando il vostro compagno semina in giro i suoi calzini puzzolenti con religiosa puntualità, lo condannate a ore di ramanzine, perfide ritorsioni, angosciosi silenzi. Ma se a letto le cose non vanno, meglio tacere. Per evitare "inutili discussioni". Mi pare che la scala delle priorità sia completamente invertita. Che poi non è che si debba inscenare un dramma in tre atti. Basterebbe soltanto non simulare un orgasmo. Sarebbe anche meno impegnativo. E alla fine si può dire elegantemente: "Sarà per la prossima". Oppure: "Ti va un panino?"
In termini di uguaglianza tra i sessi, qua non ci siamo proprio. Su una sfera così importante come quella sessuale, quasi una donna su due preferisce appiattirsi nel silenzio, senza quindi alcuna speranza di miglioramento. Per fortuna gli uomini questa volta ci vengono incontro, o meglio, il marketing dell'editoria ci viene incontro, mettendo sul mercato i periodici maschili che dispensano utili consigli su come maneggiare le donne. Speriamo che li leggano integralmente, senza arrivare subito all'ultima riga.

sabato 25 settembre 2010

Sintesi

Sono stata folgorata da un commento anonimo al post L’onnipotenza delle donne: “Vorrei un uomo tanto tanto tanto disponibile ad aiutarmi, come io lo sono a letto”. In pochissime parole è racchiuso un mondo. Un capolavoro di sintesi e di comunicazione che, lo ammetto, mi ha suscitato anche una certa invidia, perché fa impallidire le migliaia di parole impiegate per costruire questo blog (che quindi adesso dovrei chiudere).
Non aggiungerei altro. La lascio lì quella frase, a stimolare la riflessione, la comprensione, la solidarietà. E vi sfido ad essere altrettanto incisive.

giovedì 23 settembre 2010

Donne (americane) in politica

Pare che il consigliere economico della Casa Bianca Larry Summers sia stato appena licenziato da Obama, in seguito a un cazziatone che un'elettrice ha fatto in diretta proprio al Presidente degli Stati Uniti. Circola su youtube il video in cui Velma Hart ("40 anni, afroamericana, due figlie, ex militare, oggi direttrice finanziaria di un'associazione di veterani dell'esercito nel Maryland" riporta forse un po' troppo minuziosamente l'articolo di Repubblica.it), interviene in un dibattito televisivo, chiedendo a Obama per quanto tempo ancora la situazione economica rimarrà immutata e senza interventi risolutivi. Dice testualmente: "Mio marito e io credevamo di esserci messi dietro le spalle gli anni in cui tiravamo avanti mangiando hot dog e fagioli in scatola, e invece cominciamo a capire che questo potrebbe essere il nostro futuro". Si dice che questo intervento abbia accelerato il processo di "rinnovo" dei collaboratori del Presidente, portando all'allontanamento di Summers, teorico, fra le altre cose, dell'inferiorità delle donne nelle scienze esatte. L'ironia della sorte - e anche un pizzico di giustizia divina - ha voluto che Summers venga probabilmente sostituito da una donna. Forse Ursula Burns, presidente della Xerox, forse Ann Mulcahy che fu chief executive della stessa Xerox, forse Rebecca Blank che oggi dirige l'agenzia federale del censimento, forse Laura Tyson che fu consigliera economica di Bill Clinton. Il toto nomi potrebbe proseguire ancora per molto. Ma mentre leggo l'elenco mi prende lo sconforto: se in Italia dovessimo sostituire uno dei consulenti di Tremonti chi potremmo scegliere? Le donne che ricoprono ruoli di responsabilità all'interno delle aziende ci sono, ma in che percentuale? Con che visibilità? Chi le conosce? O meglio: chi le vuole conoscere? Perché ho come l'impressione che queste donne stiano lavorando nell'ombra, senza dare troppo nell'occhio? Perché ho l'impressione che quando la Marcegaglia s'interfaccia con il governo, nessuno se la fili? Non so, magari è solo una mia impressione. 

Comunque, al prossimo dibattito politico su Rai 1, proverò anch'io a dire che sono stufa di come sta andando l'economia e a chiedere quanto dovrò aspettare per degli interventi veramente risolutivi. E per quanto tempo ancora dovrò mangiare hot dog e fagioli in scatola. A questo punto mi aspetto come minimo che salti qualche testa al Ministero del Tesoro. Su Repubblica mi aspetto che esca un articolo che dica che Benedetta Gargiulo, 35 anni, di razza bianca, due figli, oggi titolare di un'agenzia di pubblicità, ha accelerato il processo di ricambio dei consiglieri del Governo. Perché no? Sì, lo so, gli americani sono fuori di testa. Noi siamo più seri. Mica è sufficiente che un'elettrice qualunque faccia sentire la sua voce per ottenere un cambiamento politico! Sarà invece normale che a un mio ipotetico intervento a Porta a Porta, Vespa mi accompagni gentilmente fuori palpandomi il sedere e qualcuno dei suoi ospiti stemperi la tensione facendo la battuta che le donne, se non vogliono mangiare hot dog e fagioli in scatola, dovrebbero tornare ai fornelli e cucinare qualcosa di buono come si faceva una volta. Ah ah ah.

mercoledì 22 settembre 2010

Lo stalking e le trofie con salsiccia

Avete mai fatto un giro sui siti web dedicati alle donne? Sono universi paralleli, in cui tutte le donne dotate di una connessione Internet circolano approfondendo le tematiche che stanno loro più a cuore. Ne ho qui davanti uno a caso, il cui menu è così composto: Home / TV / Diventare mamma / Leggi e diritti / Bellezza / Gossip e pettegolezzi / Casa / Cucina / Moda
Fra i post più votati, ci sono quelli che parlano di congedo di maternità facoltativo, di stalking e di trofie con salsiccia. E non posso fare a meno di sollevare un problema di comunicazione. Gran parte di questi siti e blog nascono "dalle donne e per le donne", che di per sé è già una sorta di autoghettizzazione, ma la questione seria è: che immagine possiamo dare all'esterno se ci presentiamo in questo modo? Che credibilità può avere una donna, non solo davanti a un uomo, ma anche davanti a un'altra donna? È come se il Presidente Obama, durante un incontro diplomatico, raccontasse dei suoi problemi di emorroidi (non è vero che Obama ha le emorroidi, era solo per rendere l'idea, stiamo calmi). Cioè: siamo in un contesto ufficiale e formale. Chissene frega se hai le emorroidi. O se hai litigato con tua moglie. O se hai una passione smodata per i bonsai. Se si sente la necessità di aprire un sito in cui vengano trattati gli argomenti che mancano sui siti più generalisti, come ad esempio la maternità e la tutela delle pari opportunità, perché annacquare tutto con consigli per la gestione della vita domestica o con gli aggiornamenti degli ultimi pettegolezzi? Voglio dire: se a una donna interessa sapere se la Canalis sta ancora con George Clooney, per prepararsi a prenderne il posto (mettiti in fila, bella), è libera di accedere direttamente al sito ufficiale di uno degli innumerevoli giornali di gossip. Invece, per estensione, i siti femminili impostati in questo modo, dicono che il nostro mondo è questo: fatto di battaglie per le pari opportunità e di trofie con salsiccia. Un paradosso. Vogliamo uscire dai luoghi comuni che ci legano a un'immagine di esseri inferiori e poi li ribadiamo nei siti che ci rappresentano. Se invece l'intento era quello di dire che siamo persone complete e piene di interessi, allora dovrebbero essere presenti nei menu di questi siti anche le categorie di: Libri / Viaggi / Teatro / Attualità / Economia / ecc.
Su Facebook qualcuno si chiedeva da dove potremmo iniziare a cambiare le cose. Beh, intanto imparando a fare a meno dei siti dedicati alle donne. Se proprio vogliamo cucinare le trofie, possiamo sempre collegarci al sito del Cucchiaio d'argento.

martedì 21 settembre 2010

Divi

Leggo su Repubblica un articolo molto importante su Javier Bardem: Quando il divo si appesantisce ma resta sexy
Apprendo che il compagno di Penelope Cruz, attualmente incinta, forse rilassandosi per la paternità, ha messo su una bella pancetta. Ma niente paura: il divo resta sempre un'icona sexy del cinema internazionale. Il giornalista (o la giornalista) ci tranquillizza e tranquillizza anche Bardem, dicendo che "Un po' di adipe sul ventre, o un corpo non palestrato, nulla tolgono al fascino di un uomo. Specie se parliamo di divi magnetici, carismatici, con sguardo, voce, movenze che trasudano sensualità". Come dire che non tutti se lo possono permettere, e già qui la prima discriminazione. Già mi vedo i nostri compagni, mariti e fidanzati, che dopo un bel piatto di pasta al forno con le polpette, sogghignano dicendoci che tanto anche Javier Bardem ha la pancetta. A quel punto dovremmo chiarire loro che quella che trasudano non è sensualità, ma l'olio della teglia.
Comunque, viene da chiedersi se Penelope Cruz, dopo il parto, potrà permettersi ugualmente un po' di adipe sul ventre, dal momento che anche lei è carismatica con sguardo, voce, ecc. O se, come tutte le altre dive si ammazzerà di addominali e dieta vegana seguita da un feroce personal trainer. La risposta arriva prima della domanda, visto che non molto tempo fa, Vanessa Incondrada, dopo aver partorito, si è permessa di tornare sulle scene senza prima aver smaltito tutti i chili presi. Riporto uno stralcio di una sua intervista a Donna Moderna: "Mi hanno presentata come una diva che aveva preso 20 chili. Poi hanno scritto che ne avevo persi 17 in un mese. Già con la gravidanza non è facile, l'ho vissuta come una violenza psicologica sulle donne. Che vergogna. Se prendo 15 chili - chiude - sono affari miei. Non puoi deridermi e poi lanciare l'allarme contro l'anoressia".
Non so perché, ma mi è venuta fame. Le proteste consumano energia.

lunedì 20 settembre 2010

Passeggini nella giungla

Uno spot molto sensibile del quotidiano tedesco Die Welt, uscito una decina di anni fa, mostra un uomo in sedia a rotelle che va in giro indisturbato per un aereoporto. Si guarda compiaciuto allo specchio di uno dei bagni, constatando che è posto alla sua altezza, verifica che i pulsanti dell'ascensore sono facilmente raggiungibili, realizza che le barriere architettoniche non esistono. Ad un certo punto però, la sedia a rotelle si incastra per un difetto nella pavimentazione. L'uomo allora estrae un taccuino e si alza in piedi prendendo nota di quanto appena successo. Quell'uomo è in realtà l'architetto che sta testando il suo lavoro di progettazione e realizzazione del nuovo aeroporto. Il claim dello spot recita più o meno così: "Il mondo dipende da chi è in grado di pensare in maniera diversa. Die Welt."
Ecco, se quell'uomo provasse oggi a girare non in sedia a rotelle, ma con un bambino nel passeggino in una qualsiasi delle città italiane, non gli basterebbero sedici taccuini per appuntarsi tutte le difficoltà. Ovviamente, anche in tema di barriere architettoniche che ostacolano il libero movimento di portatori di handycap c'è ancora molto da fare, ma ci vorrebbe un blog a parte. Qui ci "accontentiamo" di parlare di problematiche più leggere. Se così possiamo definire l'assoluta impossibilità di circolare di un essere umano con figli al seguito.

Quando il mio primogenito ha iniziato a pesare troppo per portarlo in giro stipato nel marsupio, e quindi più o meno a due settimane dalla nascita, ho sfoderato con orgoglio il nuovo passeggino a cui pareva mancasse soltanto la parola. Ovviamente pioveva. Per un mio trauma giovanile (l'immagine del cadavere di Laura Palmer incellofanato sulle sponde del lago di Twin Peaks), non ho mai voluto ricorrere alla protezione di plastica trasparente in dotazione di ogni passeggino per protteggere il bambino dalla pioggia. Per questo motivo, mi sono subito diretta alla fermata dell'autobus. Ovviamente il primo a passare era quello senza l'accesso agevolato per disabili. Aspetto il secondo. E qui mi pongo il primo quesito: perché si parla di accesso per disabili e non per passeggini? Con qualche manovra riesco a salire sull'autobus e mi dirigo subito verso lo spazio dedicato proprio alle carrozzelle. Sistemo il passeggino in modo da non dare fastidio a nessuno e inizio il mio viaggio della speranza. Cioè: la speranza di riuscire ad arrivare a destinazione, perché dopo un minuto il conducente mi fa cenno che non posso sistemarmi lì. Mi dice che per la sicurezza del bambino (?) e delle altre persone (?) il passeggino va tenuto chiuso e il bambino in braccio. Dunque, non discuto sulla precisione ed efficacia delle direttive ISO 9001 e seguenti, ma se anche fosse giusto così, come faccio da sola a chiudere il passeggino e contemporaneamente tenere mio figlio in braccio, mentre l'autobus è in corsa? Già molto provata dalle condizioni atmosferiche, dai postumi del parto e dalla consapevolezza della tragica fine della mia tardoadolescenza, ho sfoderato il mio miglior sarcasmo, chiedendo all'autista se mi poteva tenere il bambino giusto il tempo di chiudere il passeggino e pietire un posto a sedere a qualche reduce di guerra. "Per questa volta va bene così" ha lasciato correre magnanimo l'autista. Ovviamente non ci sono state altre volte, perché in seguito ho sempre scelto la via dell'inquinamento, prendendo la macchina anche per andare a fare la spesa sotto casa.
Questo episodio avveniva fra l'altro a Trieste, una città relativamente semplice da girare, se non fosse per le salite (qualcuna da fare in ferrata). Ma penso spesso ai miei colleghi genitori di Milano o di Roma, che devono prendere pure una metropolitana. Uno potrebbe pensare: "Vabbè, ma la metro è facile: non ci sono scalini per salirci" Vero. Ma per arrivare al binario è necessario seguire prima un corso di free climbing. Metà delle scale mobili non funzionano, così come gli asensori. Molte stazioni non ce li hanno nemmeno gli asensori. E un genitore, per essere certo di potercela fare, deve guardare se quella stazione ha il simbolo dell'omino in sedia a rotelle. E per la proprietà transitiva, significa che un genitore con passeggino è un disabile.
Allora, barriera n° 1: la circolazione sui mezzi pubblici.

Vogliamo parlare poi dei locali pubblici? Chi non ha figli e deve andare in bagno in un bar o in un ristorante, di solito si preoccupa dell'igiene. C'è chi va sempre in giro ormai con l'amuchina, chi si porta i copriwater di carta, chi ha sviluppato una muscolatura straordinaria per trattenere la vescica. Chi non ha figli in genere discute sul degrado del bagno visitato, collocandolo su una scala geografica, a seconda della gravità della sporcizia rilevata, che va da Tunisi (un po' sporco) fino ad arrivare a Calcutta (indecente). Chi ha figli invece, in genere munito già a priori di spray sterilizzanti potenitissimi, si preoccupa soprattutto dell'esistenza non dico di un fasciatoio, ma almeno di un ripiano dove poggiare il bambino da cambiare. Chiaramente i bagni dotati di questo lusso sono pochissimi in Italia. Io ho smesso anche di provare a vedere, imparando a cambiare mio figlio direttamente sul passeggino, en plein air, in qualsiasi stagione, anche in montagna. Tanto da fargli meritare il glorioso epiteto di "palle d'acciaio".
Barriera n° 2: la circolazione nei bagni pubblici.

Uscire a pranzo o a cena fuori poi, è un'impresa estremamente faticosa, perché inizia già a casa.
"Hai preso le salviettine?"
"Il biberon?"
"Il cucchiaio di plastica?"
"I pannolini?"
"Il bavaglino?"
"La sedia?"
Si potrebbe andare avanti per mezz'ora, che è fra l'altro il tempo medio che impiega un genitore a spuntare la lista delle cose da portare per il bambino. Conosco più di una persona che è uscita di casa con borse e borsette piene di accessori e ha dimenticato il figlio nel lettino.
Sì, perché ci sono più probabilità che un ristorante sia "amico degli animali", che "amico dei bambini". Anzi, di solito ti guardano pure male mentre stai montando la tua sedietta al tavolo, perché potresti fare dei danni.
Barriera n° 3: la circolazione nei ristoranti.

Insomma, l'immagine che mi viene sempre in mente quando sono in giro con uno o entrambi i miei figli, è quella di un'escursione nella giungla, dove il percorso è accidentato, è pieno di animali e ci si affida all'istinto di sopravvivenza. Non è così nel resto dell'Europa, dove un genitore è libero di circolare con i figli praticamente ovunque. Persino in biblioteca. Persino alla mensa universitaria. Dove i bagni hanno il fasciatoio (pulito), e dove ai tavoli ci sono già i seggiolini. Basta farsi un giro all'Ikea, dove non solo c'è un bagno dedicato interamente al cambio dei bambini, ma in quello degli adulti, accanto alla tazza del water, c'è una sedietta appesa al muro dove poter far sedere il bambino mentre il genitore fa i suoi bisogni. In Svezia pare sia normale. Anche a me pare normale.
E alla fine ci si domanda come mai. Perché qui siamo ancora così indietro? Perché è vietato andare in giro con i figli, a meno che non si abbia tutta la giornata libera? Beh, perché una madre dove dovrà mai andare? Cioè: il padre lavora, e lei deve rimanere a casa. Che razza di genitore sarebbe a portare il figlio in un bar, in un ristorante, o addirittura in biblioteca? Non c'è tutta questa urgenza a modificare gli spazi urbani e i mezzi pubblici per agevolare gli spostamenti delle madri coi bambini. L'idea ha del sovversivo. E poi, sti svedesi alla fine si sa che si suicidano. Vedi? Meglio stare a casa.

venerdì 17 settembre 2010

Il treno della parità

Seduta al mio posto sull’Eurostar che da Milano mi sta riportando a Trieste, assieme a tutti i pendolari del Nord Italia messi insieme, mi godo lo spettacolo umano che mi circonda. Eccola qua, l’Italia che lavora. L’Italia che produce (anche inquinamento acustico, visto che in questo momento stanno tutti gridando al telefono). E mi compiaccio nel constatare che in questo momento, non sembra esserci nessuna disuguaglianza. La ragazza di fronte a me ha appena finito di chiamare una serie di candidati per un colloquio, fissando degli appuntamenti per la prossima settimana e ora si sgranocchia dei Tuc. Più in là c’è un’altra donna che studia con meticolosità dei turni di lavoro di una squadra. Accanto c’è un giovane incravattato che smanetta col Blackberry. Di fronte a lui c’è un uomo che legge “Spigolature Bassanesi”. Ovunque, gente che legge documenti, che scruta diagrammi, che parla con clienti, che organizza incontri. Qualcuno guarda semplicemente dal finestrino. Meno male che esiste ancora l’opzione “contemplare”, e non solo quella del “fare”. Il mio compagno, seduto al mio fianco, o per meglio dire, SUL mio fianco, legge una rivista per nerd della pubblicità, e ogni tanto butta l’occhio furtivo su quello che sto scrivendo. E per questo ho sentito il dovere di menzionarlo.
Insomma, su questo treno - che viaggia già con 20 minuti di ritardo a 30 dalla partenza - non riesco a scorgere alcun segnale di disparità. Nemmeno uno sguardo di compassione di una donna nei confronti di un uomo, né viceversa. Tutti si sono sistemati autonomamente. Tutti molto gentili fra di loro. Mi viene da pensare di aver fatto delle considerazioni azzardate. Sono tentata di salutarvi e di chiudere il blog. Ma poi noto qualcosa. Un piccolo cambiamento di tendenza. Gli uomini, piano piano, si rilassano. Chiudono i computer. Mettono via i cellulari. Iniziano a leggere un giornale. Quelli che sembravano più agguerriti ora sonnecchiano. La ragazza davanti a me invece, finiti i Tuc, si è rimessa a lavorare. Quella accanto non ha mai smesso. Insomma, le donne non sembrano mollare. Non so, mi piace troppo l’idea di viaggiare su un treno paritario, per avere il pensiero malizioso che le donne stanno lavorando di più, perché poi, una volta arrivate a casa loro, dovranno dedicarsi ai lavori domestici. E non vorrei nemmeno pensare che si tratti di un fattore congenito delle donne, quello di lavorare più degli uomini.
Mentre faccio queste riflessioni, e continuo a trasferirle sulla tastiera, il mio compagno si è addormentato. Forse dovrei farlo anch’io.

Disperati tentativi di conciliazione: la sala parto

Negli ultimi anni, tutte le riviste più o meno patinate hanno lanciato un numero sempre crescente di appelli per la salvaguardia (si può dire salvaguardia, o sembra offensivo?) dell’uomo. Da “Maschio, dove sei?!” a “101 modi per farla impazzire a letto”. Il senso è quello di un allarme generale che prende spunto proprio dalla consapevolezza che nel tempo, a fronte di una progressiva evoluzione della donna, c’è stata una rapida involuzione dell’uomo. Non a torto, gli uomini più sensibili si sono domandati quale fosse il loro ruolo all’interno della società, ma soprattutto nella coppia. Qualcuno, dotato di un maggiore spirito di autocritica, è arrivato addirittura a pensare che le donne potrebbero fare a meno degli uomini, ad eccezione della pura funzione riproduttiva. C’è stato tutto un susseguirsi di interrogativi, tipo: “Ma che vorranno fare adesso le donne?” “Ora che lavorano anche loro, perché dovrebbero unirsi a noi?” “Ora che guadagnano e hanno un conto in banca, a che serviamo più?”. Autorevoli periodici come Men’s health o Max o GQ pubblicano incessantemente articoli di incoraggiamento, supportati dal parere dell’esperto, che sia uno psicologo o Lapo Elkann: “Forza! Ce la faremo! L’importante è ritrovare la nostra forza interiore! Le donne non possono vivere senza di noi! Dobbiamo solo imparare le tecniche” E allora via con infiniti decaloghi su come fare a portarci a letto, su come fare subito dopo a mandarci via o a farci rimanere (che poi dipende sempre da un unico, semplice fattore), su come fare a conquistarci, a sposarci, a lasciarci, a lavorare con noi, come dipendenti, come superiori o come colleghi, ecc. Mai un decalogo che insegni le regole per tenere pulito un bagno.
Comunque, questo stato di prostrazione in cui versano gli uomini deve aver fatto pena anche a un nutrito numero di donne, che si sono quindi prodigate per fornire loro una ragione di vita. L’esempio più eclatante di questo tentativo (peraltro mal riuscito) di fare entrare gli uomini nel mondo femminile, dando loro un ruolo attivo e partecipativo, lo vediamo nelle sale parto degli ospedali. È proprio vero che la perversione della mente umana non ha confini. Non so se avete mai partorito, o se avete mai assistito a un parto, anche solo in televisione. Beh, è un evento dove i concetti di Civiltà, Progresso, Diritti Umani e Uguaglianza perdono il loro significato. È forse l’unico momento in cui una donna dubita di farcela. Figuriamoci un uomo. Che infatti sviene. O esce tramortito. O convertito. Insomma, questa idea di far entrare l’uomo in sala parto, è una cazzata colossale. Se è stata pensata per non far sentire gli uomini esclusi dall’evoluzione delle donne, non è stata una genialità, perché l’effetto è quello opposto. L’uomo viene messo definitivamente e irrevocabilmente di fronte alla sua nullità e inutilità. Vede la donna contorcersi, la sente gridare disperata, ma non può fare niente. Anzi, spesso viene anche insultato. Quasi sempre dalle ostetriche che già guardano la partoriente con sufficienza.
Io ho partorito due volte. Ed è incredibile come due momenti che fanno parte di uno stesso processo, come il concepimento e la nascita siano così diametralmente opposti sulla scala del piacere.
La prima volta è stata con un cesareo, la notte di Natale del 2006. Ovviamente prima mi ero fatta comunque i miei due bei giorni di travaglio. Ma Lorenzo era messo storto, per cui, quando il ginecologo mi ha chiesto se ero d’accordo nel fare un cesareo per sbloccare la situazione, io avevo già la penna in mano per firmare anche la cessione della mia anima. Come vedete, nella storia, non c’è traccia del mio compagno. Che in effetti era come se non ci fosse. Messo lì, in un angolino, come un elefante ferito. Talmente frastornato che stava per entrare anche lui in sala operatoria, prima che un’infermiera, intenerita, lo accompagnasse a sedersi sulla prima panca libera, ad aspettare fuori.
Il secondo parto è stato peggio, perché è stato un parto naturale. Per tutte le sei ore in cui ero lì a domandarmi perché i bambini non li possano veramente portare le cicogne, il mio compagno era seduto sempre al solito posto. Come un elefante ferito. Quando mi hanno rotto le acque per accelerare il travaglio, ha avuto come un richiamo della foresta, e si è alzato per venirmi a salvare. “Serve una mano?” Ha detto compiendo un balzo felino dalla sua postazione. Le ostetriche l’hanno guardato come si guarda di solito un bambino che vuole intervenire in una conversazione tra adulti, e l’hanno fatto riaccomodare nel suo angolino. Ma poi finalmente è arrivato il premio: “Visto che sei stato così bravo e paziente, adesso ti diamo qualcosa da fare, una cosa molto importante e piena di significati simbolici”. Il taglio del cordone ombelicale. Uau. Forse sarebbe più educativo far rimanere gli uomini a pulire le sale parto. Avete mai visto una sala parto dopo il parto? No? Avete mai visto il set di Dexter dopo un suo omicidio? Beh, è uguale, solo che non c’è la pellicola trasparente. Si potrebbe dire a un padre: “Ecco, adesso immagina di essere Dexter che deve cancellare le prove del suo delitto, e inizia a pulire”. Che poi, l’analogia ci sta anche bene. Così sì che l’uomo potrebbe veramente entrare nel mondo delle donne e contemporaneamente fare qualcosa di utile. Così, anni dopo, ricordando quel magico giorno, l’uomo potrà dire: “Ah, ma se non c’ero io a pulire tutto il disastro che hai lasciato tu…”

giovedì 16 settembre 2010

L'evoluzione della specie

Volevo rispondere al commento di Bab al post L'onnipotenza delle donne, ma poi ho pensato che l'argomento fosse degno di uno spazio tutto suo.

Mi viene in mente una dichirazione di Lucrezia Lante della Rovere, letta credo mentre ero dal parrucchiere, o in aereo, o all'Associazione Industriali, non ricordo. Diceva che le donne sono abituate a essere multitasking, riuscendo a fare - e a pensare - più cose contemporaneamente. Questo, al contrario degli uomini, che trovano difficoltà a rispondere a una domanda tipo: "Fuori c'è il sole?" mentre si stanno facendo la barba. L'esempio che riportava Lucrezia Lante della Rovere riguardava il mondo del lavoro. Se una donna, impegnata in una riunione, riceve una telefonata dal marito che le chiede una qualsiasi informazione (che ne so, dove sono i pannolini, oppure: "È confermata la cena di stasera?"), la donna è in grado di rispondere sottovoce, velocemente ed esaustivamente. "I pannolini sono in camera dei bambini, nella prima anta dell'armadio, secondo ripiano, accanto alle salviettine, sopra gli asciugamani". Se però chiamiamo un uomo durante una riunione, la sua risposta classica è: "Adesso non posso: ne parliamo dopo". A dire il vero, molte mie coetanee hanno imparato ad essere più maschili in questo senso, ma c'è sempre una resistenza, una sorta di fatica a fregarsene completamente. Per cui mi è capitato di telefonare a qualche amica impegnata sul lavoro e sentirmi dire: "Scusami, sono in riunione, ti chiamo dopo." Ma poi, ecco il richiamo della natura, e aggiungono: "Era qualcosa di importante?". 
Sicuramente l'uomo non ha la stessa rapidità di cambiare schema mentale che ha la donna. Se un uomo sta guardando una presentazione in power point durante una riunione, poi ha bisogno di almeno un quarto d'ora per dedicarsi ad altro. La donna invece riesce a tenere viva la concentrazione sul power point, e contemporaneamente ad aprire la finestra mentale dell'armadio di casa che contiene i pannolini.
Quindi è vero che secoli di evoluzione hanno portato la donna a saper fare tutto, e bene. Fra l'altro questa la possiamo vedere anche come una bella opportunità che l'uomo ci ha dato. Non c'è mai da lamentarsi quando si parla di miglioramenti. Il problema è che poi il divario è diventato enorme. Cioè, oggi siamo all'ABC. O meglio, l'uomo è all'ABC, mentre la donna si è fatta tutto l'alfabeto. Ma io non riesco a godere di questo fatto. Non riesco a essere felice considerando l'ipotesi di essere migliore di un uomo. Piuttosto, mi piacerebbe che si evolvesse anche lui. Che sapesse fare tante cose e bene. Che non ci fossero più muri di diverse competenze a seconda del sesso. Insomma, è ora che migliori anche l'uomo, che impari ad essere più autonomo anziché comodamente servito.
Citando la Littizzetto, quando un uomo ci chiede dove sono le sue scarpe, non dobbiamo fare l'errore di andargliele a prendere (comportamento tipico della donna d'altri tempi), ma nemmeno quello di dirgli dove sono (comportamento della donna d'oggi). Dovremmo semplicemente rispondere: "Dove potrebbero mai essere le tue scarpe? Hai provato nel frigo?" Perché, se ci fate caso, nove volte su dieci gli uomini formulano queste domande senza nemmeno aver fatto prima un tentativo di ricerca. "Hai visto il mio orologio?" non significa: "È da stamattina che cerco il mio orologio, ma non c'è verso di trovarlo", ma significa: "Non ho voglia di fare una cosa così faticosa come cercare di ricordarmi dove ho lasciato il mio orologio, lo puoi fare tu per me?"
Dai, è facile! È solo una questione di allenamento. Cominciamo dai più piccoli: se non trovano più un loro giocattolo, si dovranno abituare a non giocarci più. Oppure, se ci tenevano, impareranno a cercarlo da soli.
Nessuna pietà.

mercoledì 15 settembre 2010

I sogni son desideri


Più volte, nella nostra vita, ci siamo soffermate sui danni infiniti che le favole hanno avuto sulle aspettative di noi donne, una volta diventate adulte. L'argomento più discusso è sempre stato la figura del Principe azzurro, che ci avrebbe salvate tutte da una vita fatta di continue vessazioni e assenza di diritti costituzionali. Tutte sognano il Principe azzurro, l'uomo perfetto in sella al suo cavallo bianco, che ci ama incondizionatamente. L'unico requisito è forse il 35 di piede, ma non sottilizziamo. Ci sono donne che non si sono mai rassegnate all'evidenza, e quel principe lo aspettano ancora, sedute sulle loro sedie a rotelle, nelle case di riposo. Qualcuna per un attimo ha creduto di averlo trovato, ma poi si è guardata da fuori e si è sentita come probabilmente si è sentita Cenerentola dopo il matrimonio.
Come si è sentita Cenerentola dopo il matrimonio? Beh, dopo esser partita in carrozza mostrando il dito medio alle sorellastre, dopo aver passato una fantastica luna di miele a Bali, o all'Isola che non c'è, Cenerentola, subito incinta, si è insediata nel castello. Il principe sempre in giro per missioni diplomatiche, il suocero con l'alzheimer che le domanda ogni cinque minuti chi è e che cosa vuole, uno stuolo di servitori che la odiano e la invidiano a morte. L'unica sua funzione è quella decorativa. Piano piano si rende conto di non aver nemmeno chiesto al principe come si chiamava. Che ne so, Giulio, Peter, Astolfo? Si rende conto di non averlo conosciuto. Del resto al principe non sembra importare molto cosa pensi Cenerentola. Si accontenta di farsi massaggiare i piedi quando torna stanco dal lavoro, per poi pretendere i favori coniugali. Ecco, Cenerentola dopo il matrimonio si sente peggio che in casa della matrigna, dove almeno aveva instaurato dei processi di socializzazione con gli animali del cortile. Se vi siete mai chiesti come mai non sia mai uscito il sequel di Cenerentola, beh, il motivo è questo. Cenerentola alla fine torna a casa sua.

Chi nel mondo reale ha sposato un principe azzurro, ma senza regno, non ha potuto nemmeno contare sullo stuolo di servitori, che almeno una mano in casa la davano. Molte non si sono mai capacitate della velocità di passaggio del principe dall'altare al divano, e del loro passaggio dall'altare ai fornelli, alla lavatrice, alla sala parto, al lavoro, al supermercato. E hanno divorziato.
I danni di Cenerentola sono enormi: sociali, psicologici, patrimoniali, esistenziali. Bisognerebbe fare una class action contro la Disney.
Voglio dire: che spessore diamo al Principe azzurro? Perché non ha una personalità? Quale messaggio dà questa favola alle bambine (e a mio figlio)? Che non importa chi sia l'uomo, che cosa faccia, quali siano i suoi gusti, i suoi vizi e le sue virtù, non importa che tipo sia, se beve, se fuma, se ha la terza elementare o la laurea, non importa se sia un infedele o un bigotto, se abbia il senso dell'umorismo o se sia permaloso. L'importante è che sia un uomo che ti voglia sposare. Così tu finalmente potrai sentirti una donna completa, sposata e con dei figli, e potrai continuare a fare quello che facevi prima: niente.

Del resto va pure peggio a Biancaneve, che prima fa da serva alla matrigna, poi fa da serva ai sette nani, poi finisce a fare la serva del principe (anche lui visto solo una volta, di sfuggita). Mi colpisce una battuta del film in particolare, quando Biancaneve entra per la prima volta in casa dei sette nani e vede in che stati è ridotta. Pile di piatti sporchi nel lavello, ragnatele ovunque, calzini puzzolenti sparsi dappertutto, cassetti aperti, polvere in ogni angolo. Praticamente un appartamento di studenti erasmus. "Ma non hanno una mamma?" Dice Biancaneve, non sapendo che probabilmente la madre era scappata in qualche comunità hippie a fare sesso di gruppo e a cibarsi dei frutti della terra. Ovviamente del padre nessuno domanda. Sicuramente sarà stato in ufficio. Ma tanto il suo contributo domestico non è richiesto.
Okay, mi si può obiettare che le favole sono state concepite un secolo fa, che erano altri tempi, ma vogliamo allora parlare di Nemo?
Nato dalle più sofisticate tecniche di animazione digitale, con il contributo di giovanissimi sceneggiatori ed esperti in ogni campo del mondo infantile, Nemo rappresenta comunque, ai giorni nostri, l'evidenza della discriminazione. Anzi, peggio: è portatore sano di uno di quei bachi del sistema di cui ho parlato nei precedenti post. La madre di Nemo muore subito. Resta il padre, che manifesta subito la sua inettitudine totale nell'educazione del figlio. Ansioso che il pesciolino si faccia male o che gli succeda qualcosa. E non potrebbe essere altrimenti: come volete che possa farcela un uomo, da solo, senza l'aiuto della moglie? Non lasciatevi ingannare da tutte le avventure che vive il padre di Nemo per raggiungerlo: per riuscirci l'hanno dovuto far accompagnare da una donna, fra l'altro con un problema neurologico. Ma nonostante il problema neurologico, l'amica del padre di Nemo riesce a farlo arrivare a destinazione.

Il capitolo sui modelli che i nostri figli apprendono dalle favole e dai cartoni animati richiederebbe uno studio approfondito. Magari qualche laurendo in Scienze della comunicazione o in psicologia infantile  o in sociologia, potrebbe pure farci una tesi. Noi ci accontentiamo di un blog.

Piccole richieste

Bisogna lavorare sulle generazioni future. Non bisogna lasciare nessuno spazio a possibili fraintendimenti. Nessuna scusa per i nostri figli, che domani saranno uomini e donne e si interfacceranno con l'altro sesso. Dobbiamo insegnare da subito il concetto di uguaglianza, che prima di diventare astratto oggetto di discussione, deve essere una pratica costante e quotidiana. Anzi, ad un certo punto, non si dovrebbe più sentire nemmeno la necessità di discuterne, e io potrei finalmente dedicarmi ad altro, tipo una passeggiata nel bosco, un po' di shopping, imparare a suonare la batteria.

Mio figlio, che ha quasi 4 anni, viene costantemente monitorato nei suoi atteggiamenti e comportamenti. È in costante osservazione. Per ora la prognosi è ancora riservata, ma stiamo lavorando per scioglierla nel migliore dei modi. Gli vengono insegnate poche e semplici regole per il vivere civile. Si cerca di dargli quella sicurezza che gli permetterà di essere un adulto equilibrato e solido. Gli si spiega come ci si comporta, cosa si deve fare e cosa non si deve fare. Ovviamente ogni genitore adotta il suo metodo, ma più o meno tutti sgridano il bambino quando fa i capricci, più o meno tutti gli dicono che non si rubano i giocattoli degli altri, non si tirano i capelli, non si prendono a sberle i bambini, non si incendiano le tende, non si chiude il fratello minore nel forno o nella lavatrice o in nessun posto dal quale potrebbe uscirne morto, non si lanciano i sassi sulla spiaggia vicino alle altre persone, né da un cavalcavia sulle automobili. Si mangia seduti a tavola senza fare schifezze tipo le bolle nel bicchiere pieno d'acqua, si va a dormire presto senza vedere film tipo Il silenzio degli innocenti o programmi tipo Miss Italia.
Fin qui tutto facile. Diciamo che l'imprinting educativo ce l'abbiamo ben sviluppato. Ma poi arrivano le domande del nostro piccolo infante. Domande che vanno oltre al semplice: "Mi compri un gelato?" o "Puoi mandare via mio fratello?". Sono domande inattese, che spesso celano un pericoloso trabocchetto.

La prima volta che mi sono trovata in difficoltà è stata quando Lorenzo mi ha chiesto che cosa fosse la giustizia. Poi i suoi interrogativi si sono spostati proprio sull'identità di genere. Ha capito di essere un maschio. La discriminante iniziale era: i maschi hanno il pisellino, le femmine hanno le tettine. A dire la verità, per me era sufficiente così. Cioè: oggi la distinzione dovrebbe essere soltanto fisica e biologica. Al limite si potrebbe anche dire che le femmine sviluppano di più le aree del cervello dedicate al linguaggio, ma la ricerca scientifica, si sa, è in costante evoluzione: oggi ti dicono una cosa, domani un'altra. Ma Lorenzo ha voluto andare oltre, domandandosi che cosa fanno i maschi e che cosa fanno le femmine. Per esempio, è molto attratto da tutte le principesse di Disney. Ha una passione smodata per Cenerentola, e spesso lo vedo spazzare il pavimento cantando I sogni son desideri. Allora gli ho regalato dei pupazzetti che ritraevano le varie principesse. Lui, entusiasta, ha iniziato a dirmi che vuole essere Cenerentola. Tra me e me ho pensato: che triste prospettiva...una vita passata a fare da serva prima alla matrigna e alle sorellastre, poi, anche se nessuno lo dice, al Principe azzurro. Comunque, a qualcuno potrebbe venire in mente che mio figlio abbia tendenze omosessuali, o che io lo confonda, facendogliele venire. È una questione molto delicata. Posto che se fosse omosessuale non ci sarebbe alcun problema, il punto è se la nostra educazione possa influire sul suo orientamento sessuale. Cioè: è sufficiente far giocare il bambino con giochi da maschi per farlo sentire eterosessuale? Se gli permetto di giocare con le bambole, lo sto confondendo? Me lo sono chiesta, ma poi mi sono convinta che i gusti sessuali di un individuo si sviluppino a prescindere dal tipo di gioco scelto in età infantile. Fra l'altro, sono supportata dal fatto che Lorenzo si innamori spesso di qualche mia amica (gli piacciono le tardone: è un problema?). Predilige quelle magre, carine, molto femminili. Le sue cotte mi fanno pensare che il suo istinto sia quello di accoppiarsi con delle donne. Anche se in mano ha una Barbie con l'abito da sera.
Comunque, superato lo scoglio dell'orientamento sessuale, resta tutto il campo delle diverse competenze di uomini e donne.

L'altra sera, guardando una pubblicità di qualche gadget di Hello Kitty, mio figlio mi fa:
"Mamma, ma io non voglio giocare con quelli, perché sono un maschio"
"Che c'entra?" gli faccio io "Ti piacciono?"
"Sì"
"E allora puoi giocarci"
Devo essere stata piuttosto perentoria, perché Lorenzo non ha più, stranamente, proferito verbo.
Evidentemente in asilo maschi e femmine iniziano a dividersi i giochi di loro competenza. Evidentemente qualcuno deve avergli detto che lui non può giocare con certe cose, perché è un maschio. Evidentemente qualcuno che sottovaluta le insidie della discriminazione.
"Mamma, ma è vero che io e Michele non possiamo sposarci perché siamo due maschi?"
"È vero tesoro, qui no. Ma in Spagna sì"
Lo ammetto, a volte ci godo.
"Lorenzo, metti a posto i tuoi giocattoli"
"No, lo devi fare tu"
"Non sono la tua serva"
Poi sopraggiunge il padre, impietosito, che inizia a raccogliere pezzi di Lego, teste mozzate (di bambole), resti di pizza, proiettili di gomma sparati sul fratello.
No, non è facile. Ma ce la faremo.

martedì 14 settembre 2010

Donne e pubblicità

L'onnipotenza delle donne

Prendo spunto dal commento di Roberta al post Supermercato 1.
Lo sguardo pietista delle signore anziane nei confronti di uomini alle prese con "faccende da donna", tipo prendersi cura di un bambino, ha radici lontane. Nasce quando l'uomo usciva dalla caverna a procacciarsi il cibo, mentre la donna accudiva la prole. Ma non voglio e non posso addentrarmi in considerazioni sull'evoluzione della civiltà umana, perché mi mancano le adeguate conoscenze antropologiche, sociologiche e storiche. Piuttosto, mi viene da considerare un periodo un po' più recente, in cui l'uomo usciva di casa per lavorare e procacciarsi il denaro, mentre la donna accudiva la casa e la prole.
Fino a qualche decennio fa, prima della diffusione della lavatrice, della televisione e del rock&roll, si viveva in maniera molto più sobria: si passava gran parte del tempo libero in casa, o nelle piazze, o si facevano delle brevi escursioni nei dintorni. I bambini erano tutti vestiti uguali, si rattoppavano i pantaloni e le camicie, in pochissimi avevano la macchina, e la domenica si mangiava come se non ci dovesse essere un domani.
Poi è successa una cosa, un cambiamento profondo. L'uomo ha inseguito con avidità il mito della crescita economica, creando da una parte prodotti sempre nuovi da piazzare sul mercato, dall'altra nuove esigenze da soddisfare. Il risultato è stato che in poco tempo uno stipendio solo in famiglia non bastava più per mantenere uno stile di vita adeguato alla crescita economica, e tutto il sistema economico e sociale che l'uomo aveva diretto e controllato fino a quel momento, paradossalmente  per colpa (o per merito) suo, si è dovuto aprire al contributo delle donne.
Le donne, grazie all'aiuto degli elettrodomestici creati dall'uomo, hanno avuto più tempo libero. Ma per pagare tutto questo ben di Dio si sono messe a lavorare. E a molte è anche piaciuto.
A questo punto, un ipotetico alieno sbarcato sulla terra potrebbe dire: "Bene, ecco che si è raggiunta la parità tra uomo e donna sul vostro pianeta. Tutti lavorano e tutti si occupano delle faccende domestiche e dei figli". E invece siamo costretti a spiegare all'alieno che la donna ha iniziato a lavorare continuando a occuparsi come prima della parte domestica. L'alieno, incredulo, domanda: "Ma scusa, ma l'uomo cosa fa quando torna a casa dal lavoro assieme alla donna?"
"Niente. Si siede sul divano e accende la TV"
"E la donna non gli dice niente?"
"Sì, s'incazza perché non si è tolto le scarpe e non ha usato le pattine"

Diciamo, se tutte le donne, una volta entrate nel mondo del lavoro, avessero consegnato ai loro mariti dei fogli excel in cui ogni aspetto della vita domestica fosse equamente distribuito, oggi non saremmo così pieni di contraddizioni sulla parità dei sessi. Ma invece di fare questo, le donne si sono prese carico di tutto, sviluppando parallelamente una sorta di delirio di onnipotenza, sfociato poi nel luogo comune che le donne sono migliori degli uomini. Ecco lo sguardo pietista delle anziane sugli autobus: quel povero incapace di padre, si illude di poter portare il figlio in autobus senza farlo volare dal finestrino alla prima curva, ma non ce la farà mai. E si arriva al paradosso: la vecchia che si alza e cede il posto all'uomo di 40 anni.
L'alieno non si capacita. Sarò costretta ad approfondire l'argomento in altri post.

lunedì 13 settembre 2010

Supermercato 2

Per restare in tema di madri e di supermercati, noto un altro inquietante particolare sul binomio donna-fare la spesa.
Su un cavalcavia campeggia da anni un cartellone che pubblicizza il nome di un noto supermercato. I creativi pubblicitari, probabilmente guidati dall'esperta mano del direttore delle vendite del supermercato stesso, adattano periodicamente il contenuto del messaggio, che vediamo di volta in volta addobbato per le feste natalizie, dorato per il centenario dalla nascita, denudato per l'estate, ecc. Questa volta hanno osato di più: da un po' di giorni è comparsa la faccia di un bambino che ride, e ridendo dice: "Mamma! Non correre, che tra 100 metri c'è il supermercato XXX!"
Ora, tralasciamo il fatto che un bambino di 5 anni difficilmente mostra entusiasmo all'idea che a 100 metri ci sia un supermercato (anzi, il più delle volte i bambini vedono con terrore l'idea di finire incastrati in un carrello per tutta la durata della spesa dei genitori). La cosa che mi lascia perplessa è sempre la stessa: perché "Mamma non correre"? Perché non "Papà"? O "Nonno", o "Nonna"?
Se con grande apertura mentale siamo arrivati ad accettare il fatto che anche le donne possano giudare una macchina e perfino andare veloci, perché poi dobbiamo rovinare tutto facendole fermare al supermercato su richiesta dei figli?
Come nel caso della precedenza alle casse, anche qui si dà per scontato che la spesa, soprattutto quella con i figli, la facciano solo le donne.

Supermercato 1

Recentemente, i supermercati più evoluti dal punto di vista etico e sociale (che poi si scopre sempre che i dipendenti fanno turni di 12 ore con tre minuti per il WC e 1 per il pranzo) hanno affisso una segnaletica particolare in prossimità delle casse. Traduco letteralmente i simboli: dare la precedenza a donne incinte; dare la precedenza a donne con bambini piccoli; dare la precedenza a portatori di handycap.
Allora, posto che a questo punto ci stava bene anche una precedenza agli anziani, mi chiedo se un uomo con bambino o bambini al seguito può godere degli stessi diritti.
Già mi figuro la scena: sabato mattina, fila interminabile a tutte le dieci casse dell'ipermercato, cassiere che hanno l'obiettivo di venedere entro tre ore 100 sacchetti etici in cotone cuciti a mano dai carcerati, per cui non vanno in bagno da quando si sono svegliate, carrelli stracolmi di viveri come alla vigilia di un conflitto nucleare. E un uomo, con due bambini piccoli. Uno sul carrello, che urla disperato la sua protesta contro la mercificazione della sua vita, l'altro, ormai in stato d'incoscienza, che ciondola appeso al braccio del padre. Nel raggio di 5 metri, tutti si girano a vedere chi è il bambino che grida come un indemoniato. Ovviamente tutti sfoggiano il miglior sguardo di disappunto possibile, frutto di anni di allenamento nel farsi i cazzi degli altri.
Mi viene in mente The beach, con Di Caprio, quando il ragazzo attaccato dallo squalo viene isolato in una tenda lontano dall'accampamento perché le sue urla avrebbero turbato la pacifica vita quotidiana dei suoi amici. Questi i pensieri dei vicini di cassa: "Il padre dovrebbe far qualcosa" "Eh, non si portano bambini così piccoli a fare la spesa" "Ma perché non lo prende in braccio?" "Ma dov'è la madre?"
Ad un certo punto il padre decide di fare qualcosa. Interpreta il linguaggio iconico dei segnali di precedenza alle casse ed estende alla categoria maschile la precedenza, in quanto bambino-munito. Insomma, è logico che il cartello significhi "genitore" con bambini. Quindi chiede di passare avanti. Ma nella lotta per la sopravvivenza al supermercato, non c'è spazio per l'interpretazione. "Scusi, lei non è mica una donna...porti pazienza...gli dia un dolcetto"

Ecco. Ora vorrei parlare con chi ha concepito il cartello. Si sa che nel meccanismo delle generalizzazioni, il maschile viene traslato sul femminile. Per esempio, se dico che l'uomo è l'evoluzione della scimmia, intendo "uomo" come insieme di uomini e donne. Se invece dico che la donna è l'evoluzione della scimmia, mi viene subito spontaneo chiedermi da dove venga l'uomo, segno che la generalizzazione da donna a uomo non funziona. Quindi, se si vuole significare che alle casse bisogna dare la precedenza al genitore con bambini, si deve necessariamente usare il simbolo maschile. Il punto è che chi ha concepito il cartello ha dato per scontato che fossero solo le madri a fare la spesa con i figli. Del resto, che altro dovrebbero fare nella loro vita?
Quindi, cari uomini, se vi trovate a fare la spesa con qualche bambino al seguito, rassegnatevi a una lunga attesa.

giovedì 9 settembre 2010

Ricordi d'infanzia

I miei genitori sono persone perbene.
Ma se oggi mi riduco a scrivere post del genere di notte, non senza una vaga ossessione, è colpa loro.

I miei genitori mi hanno educata come se fossi un maschio. Anzi no. Come se fossi asessuata. Una specie di Lady Oscar dei poveri. Tuo padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu. I valori che mi venivano trasmessi erano: studio, cultura, lavoro. Il top della parità con i miei amici maschi. I loro input erano così scientificamente al di sopra delle distinzioni di genere, che trent'anni dopo, quando ho partorito Lorenzo, mi sono domandata se la maternità fosse una cosa normale. Osservavo questo neonato e mi chiedevo che cosa mai si aspettasse adesso da me. Che cosa avrei dovuto fare. Cercavo disperatamente di risalire con la memoria a quando da piccola la mamma ti spiega come giocare con la bambola, a come si culla, a come si cambia, a come si pettina. Ma niente. Nessuno mi aveva mai regalato una bambola. Al limite un Monciccì, che però era una scimmia, e per questo richiedeva un grado di assistenza nettamente inferiore. I giochi che mi facevano fare i miei erano tutti basati sull'intelligenza. Ricordo partite infinite a Paroliere. Dove mio padre e mia madre mi umiliavano con parole tipo "perifrastica" o "avvicendamento", mentre io ero lì, muta con la mia lista di "tra" "in" "con" "sol". Mi spronavano a impegnarmi sulla terminologia.
Avevo sei anni.
Quindi al mio neonato ho insegnato subito la consecutio temporum. Per non sbagliare.

Ma c'è un episodio, un doloroso punto di rottura in cui ho creduto che l'educazione transgender dei miei fosse tutta una farsa.

Una sera, i miei genitori organizzano una cena tra amici a casa nostra. In fase di aperitivo, sento mia madre che mi chiama a gran voce. Quando la raggiungo in cucina, mi mette in mano una ciotola di noccioline, chiedendomi di portarla in salotto, agli ospiti. Io la guardo come se fosse un ufo. "Perché non la dai a papà?" chiedo incredula. E allora mia madre mi risponde con quel tono fatto di una punta di acidume sapientemente mixata con una piccola dose di sarcasmo, che solo noi donne sappiamo produrre: "Eh, papà è l'unidicesimo ospite". In effetti mio padre stava comodamente seduto in divano, discettando di politica ed economia con gli altri ospiti, in attesa che succedesse qualcosa. Tipo che la cena si materializzasse come per incanto nel suo piatto. Allora "perifrastica" e "avvicendamento" sono state sostituite da "ignominia" e "sgomento".
A dire il vero, quell'episodio mi ha fatto capire che c'era un baco nel sistema. Come dire: il software è pronto e funziona, ma ci sono dei bug ancora da sistemare. E' come se la nostra società, oggi, fosse un'enorme versione beta ancora da ottimizzare.

Dall'episodio della cena in poi, scovare i bug è diventata la mia missione.

La tarma del luogo comune

Eccola lì: ho trovato un'altra tarma che si annida invisibile e silenziosa tra le pieghe della nostra vita quotidiana. La tarma del luogo comune donna-mamma-moglie-amante-casalinga Vs. uomo-forte-lavoro-carriera-denaro-potere-indipendenza. Cioè, non esiste il luogo comune uomo-padre-marito-amante-casalingo. Infatti, di fronte ai pochi che sposano questa impostazione di vita, c'è sempre uno sguardo sbalordito, un complimento: "Ma che bravo...", a sottolineare che si tratta di una fortunata coincidenza. Oggi, avere un partner "paritario" è solo una questione di culo. Chissà perché non ho mai sentito nessuno dire a un uomo: "Che fortunato che sei ad avere una moglie che sta coi bambini, cucina e tiene la casa in ordine" Perché? Che altro dovrebbe mai fare? O CHI altro dovrebbe mai occuparsi di queste cose?
Dicevo, ho trovato una tarma dove meno me l'aspettavo. Non l'ho trovata parlando con un ottantenne di un piccolo paesino di provincia del Sud (ma anche del Nord). L'ho trovata in un luogo "illuminato". Nell'asilo dei miei figli. Un asilo molto attento all'educazione sana dei bambini. Un asilo che in passato è stato anche molto sperimentale. Che ha sempre posto al centro della sua attività il dialogo tra genitori, educatori e bambini. Un asilo molto avanti insomma.
Bene. Ad ogni nuova famiglia che iscrive il figlio in questo asilo, viene dato un questionario per sapere com'è cresciuto il bambino fino a quel momento, quali sono le abitudini in famiglia, come si passa il tempo libero, ecc. Le educatrici raccomandano caldamente di compilare il questionario tutti assieme: madre e padre. Dopo le domande: "Com'è stato il parto?" "Come dorme il bambino?" "Come lo vedete (aggettivi e impressioni)?" arriva la tarma:
"Il padre è collaborativo?"

I più progressisti non si fanno alcun problema a rispondere: certo! E si dilungano in descrizioni minuziose sulla sua bravura nel cambiare i pannolini, sulla sua affidabilità nel dargli da mangiare o vestirlo, sulla sua tenerezza nel coccolarlo, sulla sua emotività nell'esprimere gioia e commozione.  E non si accorgono di essere caduti nella trappola. Stanno rispondendo a una domanda che dà per scontato il fatto che l'uomo potrebbe non essere collaborativo nell'educazione dei figli, e che sia sempre la madre a doversene occupare al 100%. Se poi riceve un aiuto, è una donna fortunata. Siamo molto lontani dal concetto di uguaglianza. Perché non mi si chiede se la madre è collaborativa? Che altro avrà da fare il padre durante il giorno che non faccia anche la moglie? Ecco qua il problema. Ci si concentra sulle questioni sbagliate. L'obiettivo non è quello di essere felici se anche gli uomini si occupano dei figli. L'obiettivo è dare per scontanto che questo avvenga. E non trovare più domande di questo tipo sul questionario di uno degli asili migliori della città.

Ricerca su Google

Prima di aprire questo blog, ho voluto vedere quanti altri ce ne fossero su questo tema. Prima ricerca: vado su Google e digito "donne". Ecco l'ordine dei risultati.
Al primo posto trovo i link dei video: Video per Donne: Zucchero-Donne (e va bè, ci sta); Le donne al volante più imbranate di youtube. Ci siamo, ho pensato, già al primo risultato abbiamo un luogo comune dileggiante. Non faccio in tempo a finire di gongolare pensando "Ecco, avevo ragione", che leggo il secondo risultato della ricerca: Bellissime le donne più sexy in rete. Terzo posto: Virgilio donne. Quarto: Donne Russe, ragazze russe. Fidanzate russe. E via via un tripudio di link che mi parlano di sesso, moda o casalinghe. Mentre mi interrogo sulla superiorità della donna russa rispetto a quella italiana, decido di affinare la ricerca, collegandomi a blogitalia. Scrivo la mia bella parola chiave "donne" e mi godo i risultati:
1) Veraseduzione - arte di sedurre le donne
2) Uomini e donne - foto hard (ineccepibile in quanto a pari opportunità)
3) Conoscere e capire le donne (scritto da un tipo che si definisce coach delle donne...e mi chiedo: perché io non ho mai avuto un coach?)
4) Donne con la penna
5) Capire le donne - Utopia?
Qualche blog politico. Poi una lunga serie di:
- donne in crisi
- donne nude
- donne rosse
- donne vittoriose
Immancabile: storie lesbiche.
Allora.
Togliamo il discorso sesso, che è facile.
Ma vogliamo approfondire il binomio donna-autostima? Oppure donna-comprensione? Da dove nasce tutto questo bisogno dei manuali di autosostegno? Il capitolo della ricerca su Internet finisce qui, ma se ne aprono di nuovi e inquietanti. Intanto mi sono data un compito per il prossimo post: intervistare il coach delle donne.

Premessa, ovvero "Se guadagno di meno è perché stiro le camicie."

Mi domando perché nel mondo occidentale dominato dal progresso, dai diritti civili e dal benessere socio-economico, si debba continuare a parlare di pari opportunità. Voglio dire, se una donna vuole entrare nell'esercito, in polizia, in politica (non so perché, ma mi è venuta spontanea solo questa triade), oggi può farlo liberamente. Non c'è nessuno che glielo impedisca.
Eppure la maggior parte delle donne non lo fa. Sarà questione di gusti? Di intelligenza? Fatto sta che c'è qualcosa di immobile in tutto questo. Continuano a nascere associazioni di sole donne, l'imprenditoria femminile è agevolata da finanziamenti statali, c'è addirittura un Ministero delle Pari Opportunità a vegliare sul buon andamento delle cose...Ma sembra tutto inutile: il dato più recente è che in Europa le donne guadagnano, a parità di grado e competenze, il 17,8% in meno degli uomini. Segno che il virus è tra di noi. Le leggi non bastano. Ci sono consuetudini troppo radicate e, ancora più grave, accettate e sottovalutate anche dalle donne, che ostacolano il percorso verso una reale uguaglianza.
E allora è bene porsi alcune domande. Indagare. Spulciare nei meandri della vita quotidiana, dove si annidano queste consuetudini, come tarme negli armadi, o tra la pila dei vestiti che giacciono in attesa che io li stiri. Ma poi, chi l'ha detto che li debba stirare io?