sabato 30 ottobre 2010

Pensierino del sabato

Stamattina, facendo un giro in centro con un'amica, noto tre padri che scarrozzavano tre bambini in passeggino. Avevano l'aria scanzonata e cameratesca tipica dei giovani uomini, e sembravano del tutto a loro agio in quella passeggiata del sabato mattina. Li ho incrociati in una manciata di secondi, ma sufficienti per rimanere colpita. La mia osservazione interiore è stata interrotta dalla mia amica: "Hai visto???"
"Sì, è una scena che evidentemente dà ancora nell'occhio".
"Come le coppie miste".

venerdì 29 ottobre 2010

Per esempio

Quando dico che i genitori e le famiglie dovrebbero educare le nuove generazioni al rispetto reciproco e alla parità delle opportunità, parlo sul serio. Con piccoli gesti quotidiani si possono cambiare molte cose e abbattere molti luoghi comuni e stereotipi. I bambini assorbono tutto ciò che li circonda: i nostri atteggiamenti e comportamenti, sentono i nostri discorsi e soprattutto, attraverso il gioco, imparano a diventare adulti. È per questo che ho scritto spesso di favole e di giocattoli. La presenza dei genitori è necessaria non solo quando i bambini guardano Profondo rosso, ma anche quando vedono un cartone animato, che è comunque un prodotto della nostra cultura. E si sa, questa cultura non è sempre perfetta. Per esempio, un cartone animato a cui sono sempre stata molto affezionata è Barbapapà. Un cartone rivoluzionario per gli anni Settanta, quando è nato. La famiglia di questi esseri gommosi e un po' strani era una sorta di comune ambientalista impegnata nella lotta all'inquinamento e amante degli animali. Ancora oggi, quando il mio primogenito di quasi quattro anni lo guarda, ne scopro l'attualità e il grande potere educativo. La rottura degli stereotipi è netta già da subito, visto che il capofamiglia è rosa. Ogni personaggio segue le proprie inclinazioni: tra le barbabambine, una sta sempre davanti allo specchio, un'altra suona e la terza è un'intellettuale. Dei fratelli, uno è forte, uno è una specie di Mc Giver in erba, il terzo dipinge. Insomma, di tutto un po'. Ieri sera, quando Barbapapà veniva cacciato dallo zoo perché era troppo strano, le mamme allontanavano i loro figli perché avevano paura e il capotreno non lo faceva salire nel vagone passeggeri, indirizzandolo in quello degli animali, mio figlio mi chiede: "Ma perché Barbapapà è triste?"
"Perché nessuno lo vuole e tutti lo evitano".
"E perché?"
"Perché è un diverso".
"Ma non è un animale, però".
"No".
"È solo un personaggio, vero?"
A volte i bambini riescono veramente a stupirci con la loro ricercatezza terminologica. Sono in grado di cogliere delle importanti sfumature. Dipende da cosa insegni loro.
Dopo il cartone animato, arriva il momento del gioco. Tanto per rendervi l'idea che parlo sul serio, vi faccio vedere uno scorcio di casa molto rappresentativo.


C'è il garage con seimila macchine, e c'è la cucina con le pentole. Regali di un Babbo Natale particolarmente attento alle pari opportunità. Lorenzo gioca con entrambi: fa benzina alle macchine e poi mi prepara un ottimo caffè. Certo, Babbo Natale ha avuto qualche difficoltà quando è entrato nel negozio di giocattoli. Ha dovuto sostenere lo sguardo interrogativo della commessa che doveva fare due pacchetti regalo: "Sicuro? Tutti e due con il fiocco azzurro?" La cucina, se l'è dovuta andare a prendere nel reparto bambine, dove il rosa era il colore dominante. Rosa come Barbapapà. Povero Babbo Natale, quest'anno dovrà tornare in quello stesso negozio per prendere l'upgrade della cucina, perché mancava la lavastoviglie. Per fortuna lo salva la tecnologia: gli acquisti online garantiscono sempre una certa privacy.

mercoledì 27 ottobre 2010

When I grow up

Vi segnalo uno spot politically correct per uno dei prodotti più discriminatori della storia dell'umanità. La Barbie. Almeno dal mio punto di vista, la bambolina più venduta al mondo è la concretizzazione di tutte le favole Disney in cui le adorabili principesse aspettavano di essere salvate dal loro Principe Azzurro. Per chi avesse perso qualche puntata di questo blog, può trovare adeguate spiegazioni nel post "I sogni son desideri".
Da piccola anche a me hanno regalato una Barbie. Anzi, avevo pure il camper. Ma siccome avevo solo amici maschi con cui giocare (i figli delle amiche di mia madre), la Barbie faceva sempre una brutta fine. Rapita, torturata, maltrattata, uccisa, mentre i Big Jim che le giravano intorno non erano molto preoccupati della sua sorte. Qualcuno potrebbe pensare che quei miei vecchi compagni di giochi oggi siano degli stupratori seriali, ma vi tranquillizzo: hanno sfogato con il gioco infantile tutti i loro istinti più bassi, e oggi sono degli uomini adorabili. Per chi invece ha potuto giocare con la Barbie senza dover prevedere dei conflitti a fuoco, l'infanzia è stata inficiata da pesanti storture nella percezione della realtà. Barbie era bellissima, dolce, elegante, principesca e soprattutto, MUTA. Il trend del marketing dei giocattoli ha poi continuato sulla stessa strada, trasformando le bambine in fashion victims e i bambini in supereroi mutanti. Ma qualcosa sta cambiando. E Barbie adesso si pubblicizza con uno spot quasi sociale. Eccolo qua.


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A dire la verità una piccola critica ci sarebbe: forse si dà un po' troppo spazio alle aspirazioni creative delle donne, come se fosse una loro naturale inclinazione. La donna pilota di elicotteri e la donna pompiere non bastano a farmi rendere l'idea della vastità della scelta. Non vedo donne negli uffici insomma. Ma non esageriamo. Rimane comunque un video che ci libera da tutti i pizzi e i merletti a cui ci hanno legato decenni di comunicazione della Mattel. Per dovere di cronaca, ve ne faccio vedere uno a caso, così potete cogliere le sottili differenze tra i due spot.




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Il premio che vince Barbie Superstar è ovviamente Ken, mica l'oscar. Ken decorativo. Ken inespressivo. Ken che però guida la macchina. Non so voi, ma io da bambina mi sono sempre domandata perché il naturale compagno di Barbie non potesse essere piuttosto Big Jim. E ancora oggi, da adulta, manifesto sempre una certa preferenza per l'uomo che "ha da puzzà", piuttosto che quei fanatici della depilazione al torace e dei colpi di sole ai capelli. E mi domando anche che tipo di donne siano, oggi, quelle che hanno comprato Ken da piccole. Se siete una di loro, raccontatemelo. Nel frattempo, vado a vedere se nell'impeto del rinnovamento la Mattel ha anche insegnato a Big Jim a stirare.

martedì 26 ottobre 2010

Madri Coraggio

Continuo con il filone "domande fastidiose che ti fanno le persone per strada" ed esploro l'universo delle donne, sposate e non, che si azzardano a circolare per la città con i loro bambini. Nel post "Sposata o sfigata?" si parlava della disapprovazione della gente nei confronti delle donne che, superati i 30 anni, non si sono ancora degnate di accasarsi. Beh, non consolerà le amiche single, ma le donne "realizzate" con figli sono comunque oggetto dello stesso disappunto. Non per la loro condizione di madri, ma per la loro inadeguatezza a esserlo. Premetto che oggi, con le condizioni di lavoro che regrediscono progressivamente verso i tempi della Rivoluzione Industriale, avere un figlio diventa sempre più un'impresa eroica e sempre meno un fatto naturale. Una donna che mette al mondo una creatura e pensa poi di mantenere il lavoro, il marito, le amicizie e la salute, rimane spesso delusa, trovandosi ad affrontare prove che nemmeno all'Isola dei famosi si azzardano a proporre. Parlo per esperienza personale. Prima di avere figli pensavo che, in fondo, l'Umanità procrea da millenni, anche in tempi di peste, colera, guerre. E che sarà mai oggi? Una passeggiata. Dopo il primo figlio ho iniziato a nutrire i primi dubbi, e per essere veramente sicura, ho voluto farne un secondo. Ecco, adesso posso finalmente dire che mi sbagliavo. Quando c'era la guerra e le famiglie erano comunque numerose, le donne si aggregavano in una specie di asilo collettivo, dove c'era la mamma, la nonna, la zia, la cugina e dove i bambini giocavano tutti assieme nei cortili senza il rischio di venire investiti da un SUV o iniziati allo sniffo della colla (sorte che peraltro è toccata a tutta la mia generazione, cresciuta facendo le caccole con la UHU). E comunque c'era un'incondizionata fiducia nell'angelo custode, che faceva in modo che nessuno si facesse male. Non gravemente, almeno. Queste donne si consigliavano, si aiutavano, davano un occhio ai bambini, cucinavano, badavano alla casa. Era una società di mutuo soccorso. Poi, con il boom del secondo dopoguerra, con l'arrivo degli elettrodomestici e la necessità di consumare (e acquistare) sempre nuovi prodotti, le donne hanno iniziato a dare un aiuto economico in casa. Hanno iniziato a lavorare anche loro. E hanno scoperto che non era niente male poter seguire le loro inclinazioni e realizzarsi in qualcosa che non fosse solo l'economia domestica. Quindi, la mamma, la nonna, la zia, la cugina adesso lavorano e non passano più le giornate tutte assieme. Ogni donna, oggi, è sola. Sola nella gestione dei figli intendo. A parte quei casi illuminati in cui il marito o compagno si prodiga per la parità nell'accudimento dei pargoli. In questo simpatico quadretto, quando ti nasce un bambino, come punti di riferimento hai solo Beautiful e Donna Moderna. Non c'è più il gineceo che ti consigliava e ti sosteneva settant'anni fa. C'è solo Brooke che sforna neonati con chiunque ed è sempre molto felice di diventare madre. Brooke non cambia pannolini, né porta i bambini in asilo, non passa le notti in bianco e non le fanno mobbing in ufficio (al massimo la obbligano a sessioni di sesso selvaggio nella sauna aziendale). Ora, ditemi voi una madre tra i 30 e i 40 anni oggi, come deve fare a sopravvivere. Ed è quindi con mille dubbi, paure e incertezze, che le donne moderne (con le iniziali minuscole) intraprendono la loro maternità. Un po' alla cieca, un po' sentendo il pediatra, un po' iscrivendosi ai forum dedicati su Internet, un po' chiedendo a qualche amica con figli più grandi. In tutto questo, ovviamente, il lavoro non sta ad aspettare. Né le aspettative del mercato, né quelle della società, che comunque pare non essersi accorta che le bombe (almeno da noi) hanno smesso di cadere e che i bambini non giocano più nei cortili. Praticamente siamo madri nate tutte più o meno negli anni Settanta, calate in un contesto sociale fermo agli anni Quaranta. Ed ecco la disapprovazione. Il bambino piange nel passeggino? "Ah, si vede che ha fame. Dovrebbe fermarsi ad allattarlo". Il bambino dorme nel passeggino? "Stia attenta che poi scambia il giorno per la notte!" Il bambino gioca nel passeggino? "Guarda guarda che vivace...ha provato a portarlo in piscina? Rilassa, sa?" Il bambino non fa un cazzo di niente nel passeggino? "Uh! Mi sembra un po' pallido, dovrebbe mangiare carne rossa, se lo allatta". Poi, ti fanno una testa così per allattarlo al seno, facendo terrorismo psicologico sul latte artificiale. Ti dicono che l'allattamento naturale è quello migliore perché è sano e comodo, perché "la tetta c'è sempre" (come se dovessi fare una spedizione nel deserto). Ma quando ti fermi in un bar o su una panchina e tiri fuori tutto il tuo armamentario, passa sempre qualcuno che ti guarda scuotendo la testa, o nella peggiore delle ipotesi il cameriere ti chiede di andartene a casa tua, dove, a quel punto, gli prepari un bel biberon di latte in polvere. Insomma, ti fanno tante pressioni perché ti devi sposare a un'età ragionevole e devi riprodurti per dare un senso alla tua inutile vita e quando lo fai, non sei comunque all'altezza. Chiunque tu incontri per strada, maschio o femmina (ma soprattutto le femmine) ne saprà sempre più di te. In questo momento storico, in pratica, una donna non è all'altezza di fare un lavoro di responsabilità, ma nemmeno di crescere un figlio. Disastro su tutta la linea. E allora, forse, fanno bene le single, che, discriminazione per discriminazione, almeno vanno a divertirsi.

Lovely Nippon

Lo sapevo che dai creatori del sushi non potevano che venire delle iniziative lodevoli. Grazie a Elisa e al suo viaggio in Giappone.

lunedì 25 ottobre 2010

Sposata o sfigata?

Bene, il sondaggio del blog è finito. Mi pare che i temi che suscitano più interesse siano tutti quelli proposti, tranne la politica. Anche se l'unica volta che ho parlato di politica vi siete scatenati. Ma farò finta di non averlo visto. Magari avevate solo la giornata storta.
Sui rapporti di coppia avrei molte cose da dire, ma non le dirò. Come al solito, prenderò spunto dalla carta stampata, e vorrei incrociare due diversi articoli dal Corriere.it. Il primo parla del presunto problema di solitudine che affligge le donne dopo i 30 anni. Il secondo riporta il grande successo che ha avuto, a Napoli, l'apertura del Coin Paradise Lounge.
Per chi, come me, ha passato i trenta, diventa sempre più difficile sostenere una conversazione con qualcuno che si incontra per strada dopo tanto tempo. Ne avevo già parlato nel post "Ti trovo bene". In effetti questa è una sorta di sequel. Sembra assurdo, ma aggiornare la nostra vecchia conoscenza per strada sui nostri ultimi quindici anni di vita è più impegnativo che sostenere un'intervista fatta dalla Gabanelli. Voglio dire, l'impegno emotivo che richiede è spaventoso. E l'articolo del Corriere fa una chiara premessa a riguardo: le donne, dopo i 30, devono essere necessariamente sposate con figli. Allora, se lo sei, non hai problemi: "Cara redazione di Report, io sono pulita. Ho tutte le carte a posto. Chiedimi quello che vuoi". E quindi puoi girare spavalda per la tua città sperando di incontrare qualcuno per andarti a bere un caffè e inondarlo di particolari sulla tua appagante vita affettiva. Se non hai figli invece, puoi sempre sperare nella magnanimità del tuo interlocutore, che capirà che in fondo i figli si possono fare pure più tardi. Però questo non ti esime dal dover essere sposata. No. Ma sarai almeno fidanzata. No. Un flirt? Nemmeno. Insomma, da quant'è che non scopi?
"Ma no, guarda, ho studiato tanto".
"..."
"Sono stata dieci anni all'estero".
"..."
"Ho un master a Oxford, guarda, una figata, studiavo col principe Harry".
"..."
"Ora sono amministratrice delegata della Nike".
"..."
"Ho adottato un bambino a distanza, VA BENE?"
Ovviamente gli uomini non devono subire la stessa pressione socio-psicologica. E la conversazione può essere tranquillamente più sintetica.
"Cosa fai?"
"Lavoro".
"Bene. Scappo, che devo ritirare l'auto nuova. Ci si vede".
Insomma, per avere l'approvazione sociale (sempre che ce ne freghi qualcosa), noi donne dobbiamo necessariamente realizzarci in una relazione sentimentale. Lasciamo per un attimo perdere la questione della maternità. Una donna sola fa tristezza. Cioè, fa tristezza agli altri, perché magari lei è felice. Anche più di una donna sposata. Ma per la felicità la nostra società non ha mai dimostrato un grande interesse. Fra l'altro, nessuno si preoccupa mai di capire perché ci sono sempre più donne che preferiscono vivere da sole, invece che male accompagnate. Io indagherei su questo. Perché nell'evoluzione storica dei rapporti di coppia si è incrinato qualcosa. Passi tutta l'adolescenza a correre dietro al figo del liceo che non sa nemmeno che esisti. All'università ti metti con uno con cui condividi tutte le feste, gli esami, gli amici e le prime vacanze. Poi pensi che forse hai bisogno di qualcosa di più, e che sia il caso di fare delle altre esperienze, di approfondire, e vi lasciate. Ti butti nel mondo del lavoro e trovi un uomo carino e disponibile con cui scopri di avere un sacco di interessi in comune. Ma dopo un po' ti dice che non vuole impegni e che si vuole divertire. E in un attimo passi i 30. E ti danno della sfigata perché sei sola. E perché? Perché non ti sei accontentata del ragazzo che avevi all'università. Hai peccato di superbia. In fondo quel ragazzo era così dolce. Ti regalava sempre i Baci Perugina per San Valentino. Che ingrata. Cosa avrai mai voluto di più? Ecco, vedi? Adesso tutte le tue vecchie amiche che sono rimaste col compagno di liceo o dell'università sono sposate. Vedi? Fanno dei figli. No, è inutile che provi a circuire il tuo ex al matrimonio di qualche tua amica. Si è sposato anche lui. E ti sta guardando con commiserazione. Adesso cercano tutti di presentarti degli uomini nuovi. Di cui, uno psicopatico, uno analfabeta, uno che cerca relazioni soltanto platoniche e uno convinto di essere il messia che ti salverà dalla tua vita triste e deprimente. Ecco, pare che tra i 30 e i 40 anni, la vita delle donne single trascorra così, nella disperata ricerca di un compagno che abbia pietà di loro e le raccolga dalla strada, offrendo un pasto caldo. In realtà, noi sappiamo che non è così. C'è il sospetto che la vita delle donne single tra i 30 e i 40 sia molto migliore di quella delle loro amiche sposate. E ce lo conferma sempre il Corriere, dandoci la notizia che l'angolo Coin Paradise Lounge, dove si vendono articoli dedicati al piacere, come intimo e sex toys, sta andando fortissimo. A Napoli, come a Roma e Milano. Vi pare triste? Non lasciatevi tentare dal luogo comune, vi prego. Un giocattolo erotico non verrà mai interpretato da una donna come sostituto di un uomo (se fosse così, sarebbe ancora più difficile trovare donne intenzionate a sposarsi). Si tratta solo di una cura in più che le donne rivolgono a loro stesse. Dopotutto, gli uomini è una vita che alimentano il mercato del porno e la cosa viene vissuta come fisiologica. Ma insomma, queste donne si divertono, fanno shopping sexy, sono libere e ne approfittano, organizzano week-end all'estero, viaggiano, sperimentano posti nuovi e nuove esperienze. Quando ne incontro una, la prima domanda che mi viene spontanea è: "Dove sei stata ultimamente?", per sentire storie tipo Salgari in pillole, o sentirmi come la protagonista di un programma di Discovery Real Time. Peccato che non sia reciproco: con me, la conversazione muore di morte violenta: "I tuoi bimbi? Crescono?"

domenica 24 ottobre 2010

I proverbi consolatori

Grazie all'operazione "Il reporter che c'è in voi", ricevo una segnalazione di un proverbio cinese che recita così: "L'uomo è il capofamiglia, ma la donna è il collo e muove il capo dove vuole". Praticamente la versione orientale di: "Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna." In tutti i detti popolari, specchio di usi e costumi di una civiltà, la donna sta dietro, a lato, sotto, ovunque, tranne che davanti a un uomo o semplicemente a fianco. Spulciando tra i vari proverbi italiani trovo infinite conferme di questo. Tipo: "A giovane assennato, la donna a lato", oppure "Abbi donna di te minore, se vuoi essere signore", "Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in sposa", "Gli uomini fanno la roba, e le donne la conservano", "Una casa senza donna è come una lanterna senza luce". Potrei andare avanti per molto. Il senso del pensiero collettivo è che la donna è indispensabile all'uomo. Una bella soddisfazione direte voi. Gli uomini ci cercano, ci amano, scrivono proverbi per noi. Purché stiamo al nostro posto, ovviamente. E cioè dietro, a casa, in cucina e possibilmente senza sapere il latino (!).
Ma la domanda topica di oggi è: "Perché nessuno si chiede invece che cosa sia indispensabile per la donna?" Perché si affannano tutti a dirci che siamo fantastiche e senza di noi il mondo andrebbe a rotoli, invece di preoccuparsi di cosa avremmo bisogno, o di cosa ci piacerebbe fare o non fare? Lasciamo perdere i proverbi antichi. Prendiamo in considerazione solo quello che ancora oggi va per la maggiore, che dice che la grandezza di un uomo dipende dalla donna che lo sprona, lo sorregge, lo aiuta, lo consola, lo consiglia. Ma a questa donna qua, chi è che ci pensa? Dietro di lei chi c'è? Nessuno. Questa cosa mi fa sempre imbestialire. Per due prospettive diverse. La prima, è che, letteralmente, questo detto popolare afferma che l'uomo è mediamente un incapace e che può avere successo solo se c'è una donna intelligente dietro. E quindi mi domando subito per quale motivo tutte queste donne così in gamba si scelgano sempre degli incapaci come compagni. Forse per la loro atavica mancanza di autostima? La seconda lettura del proverbio mi fa imbestialire perché risuona come il solito, magro premio di consolazione per noi sfigate di sesso femminile. Come dire, su dai, non buttatevi giù così, che in realtà senza di voi il mondo andrebbe a rotoli. Però è importante che restiate al vostro posto, eh, mi raccomando, che squadra vincente non si cambia. Si tratta di un proverbio consolatorio, di quelli che dovrebbero tirarti su di morale di fronte alle avversità della vita. Alla stessa categoria appartengono anche: "Donna baffuta, sempre piaciuta", "Nella botte piccola sta il vino buono" e, anche se non è un proverbio: "Pestare la cacca, porta fortuna".
Tutte le volte che sento dire che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, mi viene in mente la famiglia Clinton. E non posso che provare infinita solidarietà (e pena) per Hillary, first lady (che comunque viene dopo il "first man", espressione che guarda caso non esiste) per otto anni di presidenza di Bill Clinton. Hillary è l'esempio calzante della donna del proverbio (anche nella versione cinese). Ha studiato una vita, ha lavorato ed è cresciuta in politica, poi si è sposata, il marito è diventato prima Governatore e poi Presidente degli Stati Uniti. Si è fatto infinocchiare come un pirla da una stagista (evidentemente anche lei grande donna, anche se sotto e non dietro a un uomo), rischiando di compromettere il suo mandato. E Hillary che ha fatto? In un primo momento non si sarà capacitata. "Non posso credere che sia così idiota" Avrà pensato. Poi si sarà interrogata anche lei sul significato del proverbio, e quindi si sarà assunta tutta la responsabilità del casino che ha combinato il marito. "Dove ho sbagliato?" Si sarà chiesta. "Forse dovevo spiegargli che il sesso orale rientra nella categoria dei rapporti sessuali. Sono stata un'ingenua a credere che lo sapesse". Fatto sta che alla fine è riuscita a salvare la situazione. Ha fatto in modo, non so come, di restare con il marito e di far dimenticare la faccenda all'opinione pubblica. Poi, anni dopo, decide di candidarsi lei alla Presidenza. Insomma, pareva anche giusto. Avrà pensato: "Mi sembra che se sono stata capace di far governare gli Stati Uniti da mio marito, ora i tempi sono maturi perché possa farlo direttamente io, e senza mangiarmi il fegato". Solo che ci si è messo in mezzo Obama. Poverina. Per la prima volta forse nella storia americana si affacciava sulla scena politica un uomo veramente nuovo. E proprio quando era il turno di Hillary! Pensate che sfiga. E guardate come siamo ancora messe male: tra un uomo nero e una donna bianca, vince comunque l'uomo nero. Addirittura negli Stati Uniti. Sì, okay, Obama aveva delle argomentazioni più convincenti, era più fresco, più energico. Però una candidata democratica donna alla Presidenza degli Stati Uniti sarebbe stata una cosa veramente rivoluzionaria. Niente. Non è riuscita manco a candidarsi. E alla fine, anche per lei, è arrivato il premio di consolazione: la carica di Segretario di Stato. Cara Hillary, non rattristarti, perché "L'importante non è vincere, ma partecipare".

venerdì 22 ottobre 2010

Le mie nuove amiche




Chi mi conosce sa che sono una noiosissima abitudinaria. Pigra. Metodica. Con quel genere di ossessione che ti porta a mettere le cose sempre nello stesso posto, allineate con lo spigolo del tavolo. Faccio un lavoro creativo giusto per compensare. Ho la stessa cerchia di amicizie da mille anni. La mia migliore amica me la porto dietro dalla prima media. Purtroppo non mi è stato possibile fare la stessa cosa con il mio primo amore. Non per scelta mia ovviamente. Nel mio regno dell'ordine però, c'è sempre spazio per qualche sporadica new entry. E in questo caso si tratta di un esiguo gruppetto di donne, più o meno mie coetanee (mi illudo di questo, perché in realtà io sono la più vecchia), accomunate esclusivamente dal percorso formativo. Abbiamo frequentato la stessa scuola di comunicazione a Milano, seppur in tempi diversi e scegliendo master diversi. Poi, per i motivi più svariati, ci siamo ritrovate tutte a Trieste. Chi per amore, chi per follia, chi per necessità, chi per lavoro e chi, come me, per inseguire il sogno della qualità di vita (e andarmene il prima possibile da Milano). Sono donne che conducono vite anche molto diverse tra loro, che affrontano problematiche diverse, hanno obiettivi diversi e, soprattutto, caratteri diversi. Ce ne sarebbe a sufficienza per sollevare la questione che le donne non riescono a essere solidali tra loro, che si isolano, che spettegolano le une contro le altre, che non sanno fare squadra. Eppure sono lì: cinque donne che hanno in comune solo il settore professionale, ma che hanno voglia di incontrarsi, di fare progetti insieme, di aiutarsi a vicenda. Non solo per parlare di uomini, non solo per confrontarsi su doppie punte e cellulite, non solo per scambiarsi consigli sulla dieta e sullo shopping (anzi, non ricordo di aver discusso con loro di nessuno di questi argomenti). Solidarietà è l'unica parola che mi viene in mente per descrivere questi legami. In barba al tanto ostentato cameratismo degli uomini, che secondo il luogo comune, pare siano gli unici in grado di incontrarsi per fare squadra.
Ecco, questa sera una di queste donne ha presentato il suo libro Milano da bare. Un racconto ironico e disincantato sui deliri della vita quotidiana della capitale morale d'Italia. Io ero là. C'eravamo tutte. E c'erano anche le persone che abbiamo invitato noi, per dare una mano all'autrice. Senza invidia femminile, senza competizione. E guarda un po', c'era un sacco di gente. E a me ha fatto molto piacere vedere a quali risultati può portare il legame della solidarietà. Una solidarietà che però non nasce solo dall'appartenenza allo stesso genere, ma dal riconoscimento delle reali competenze e capacità di ognuna. L'autrice del libro è realmente brava e il libro è realmente bello. Insomma, incredibile a dirsi, ma noi donne siamo addirittura in grado di provare stima per la professionalità di altre donne, e non soltanto per quella degli uomini.
Questa sì che è una notizia da far circolare sui giornali.


mercoledì 20 ottobre 2010

Della Carfagna e altri dèmoni

Prendo spunto dai commenti al post Donne in stallo e approfondisco il tema del rapporto tra belle gnocche e pari opportunità. Mi pare che la lotta contro la discriminazione delle donne sia inficiata da un'ulteriore forma di razzismo latente. Oddio, latente neanche tanto. La mia domanda è: possibile che gli uomini siano predisposti a dare credito alle donne belle piuttosto che a quelle "normali" o brutte? E se la risposta è sì, stiamo ancora parlando di pari opportunità, oppure il discorso è già andato letteralmente "in vacca"? Se a uno dei miei famosi clienti io mi presentassi scosciata e ammiccante, avrei più possibilità di ottenere un contratto o di farmi ascoltare di più? Probabilmente sì per il contratto, e no per l'ascolto. E proprio qui sta il punto: l'autorevolezza di una donna non sta nella sua capacità seduttiva. Non si scappa: deve essere per forza un fatto culturale, sociale, di sensibilità dell'uomo e di intelligenza.
E qui mi arriva il Ministro Carfagna (scusate, ma non riesco a utilizzare i termini politically correct al femminile: Ministra mi sa troppo di minestra). Eletta prima tra le fila del Pdl e poi nominata dal Premier Ministro delle Pari Opportunità. Forse non mi sono documentata in maniera adeguata, ma non mi vengono in mente giudizi politici sul suo operato. Non ricordo di aver letto da nessuna parte che la Carfagna ha fatto bene o che ha fatto male, o che si deve dimettere. Voglio dire, su Tremonti se ne dicono di tutti i colori. Alfano è sempre al centro dell'attenzione. Per Maroni, Brunetta, Frattini, La Russa sono sicura che ognuno di voi abbia speso più di una parola. Ma la Carfagna? Che fa? Cosa vuoi, faceva la valletta in tivvù. Ha fatto un calendario. Si parlava di intercettazioni di telefonate bollenti con Berlusconi (mai confermate peraltro). E poi? Ah sì, fa il Ministro. Eppure si parla di lei solo in quanto bella gnocca. Sia in positivo: "Oh, finalmente un Ministro attraente", sia in negativo: "Cosa vuoi che combini una che è stata eletta Miss Cinema". E tutto si riduce a questo. Lasciamo stare la politica e l'atteggiamento che ha Berlusconi su questi temi. Ma sono i cittadini stessi che discriminano. A destra come a sinistra. Uomini e donne. E lo sapete chi è l'unico Ministro donna che si salva da queste considerazioni superficiali? La Gelmini. Criticata per il suo lavoro, punto e basta. E come mai? Beh, intanto perché il suo Ministero gode di una certa importanza, mentre delle Pari Opportunità non gliene frega niente a nessuno. E poi perché la scuola e l'Università coinvolgono persone mediamente più giovani e più acculturate. In pratica una minoranza di sfigati a loro volta discriminati in Italia. Probabilmente gli unici a cui frega qualcosa anche delle Pari Opportunità. Il razzismo, nel razzismo, nel razzismo. Un ricercatore non conta nulla rispetto a un dirigente aziendale che muove l'economia. E una ricercatrice ancora di meno. A meno che non sia gnocca. Ma comunque se la godranno all'estero, a questo punto. Comunque la Gelmini è una privilegiata da questo punto di vista, perché può liberamente prendersi gli stessi insulti che si sarebbe preso un collega maschio.
Ricordo anni fa, in non so più quale legislatura, che la stampa nazionale faceva la classifica delle Parlamentari più attraenti. In testa c'erano la Melandri e la Prestigiacomo. Già allora mi domandavo: "Ma chissenefrega?" Le stesse testate che danno spazio ai grandi temi dell'uguaglianza, dei diritti delle minoranze e degli oppressi, si rimpallavano la notizia che finalmente la bellezza era entrata in Parlamento. Grazie per la segnalazione. Non stupisce poi che Berlusconi abbia fatto dei commenti sulla bellezza di Rosy Bindi. Sembra che più si parli di Pari Opportunità e di rispetto per il genere femminile, più si esasperi l'atteggiamento contrario. Una specie di sacca di resistenza. Paradossalmente, decenni fa, quando ancora non esisteva un Ministero dedicato, nessuno si sarebbe mai sognato di fare dei commenti su Nilde Jotti. Anche perché probabilmente sarebbe stato subito internato in un gulag. O tempora, o mores! Direbbe Cicerone, che se fosse ancora vivo e scrivesse su un blog, probabilmente farebbe fatica a trovare delle altre parole.

martedì 19 ottobre 2010

Donne in stallo

Ormai mi arrivano con una certa frequenza numerose segnalazioni da parte vostra: guarda questo sito, leggi questo articolo, senti questa storia...Praticamente il blog nato da poco più di un mese rivela già i suoi limiti: dovrei creare una vera e propria community, dove ognuno può portare il proprio contributo originale. Se solo avessi vinto quel famoso superenalotto (a cui non ho giocato).
Ormai mi avvalgo addirittura della collaborazione di fotoreporter che scovano tracce indelebili delle storture del nostro sistema. Ecco quello che mi segnala Massimo da un parcheggio di Udine.




















Si tratta del parcheggio Magrini di Udine, livello -1, circa dieci posti. Il cartello dice che non si tratta di una prescrizione del codice della strada, ma di una semplice indicazione affidata al senso civico degli utenti. Come dire: "Se sei un uomo, dovresti parcheggiare il più lontano possibile dall'uscita". Su questo cartello ci sarebbero molte cose da dire. Intanto mi domando come mai abbiano scelto una libera interpretazione del simbolo femminile, anziché il classico omino nero con la gonna, universalmente riconosciuto e privo di ogni riferimento seduttivo. Forse che curando l'acconciatura di questa simbolica donna, ci si aspettano risultati migliori? Forse gli uomini ci pensano su due volte prima di posteggiare sulle strisce rosa? Come se dicessero: "Mmm, carina questa qua...le cedo volentieri il posto, altro che quel cesso con la gonna a triangolo".
La seconda cosa che mi crea disagio è il termine "stallo". Voglio dire, non credo si faccia un torto alla lingua italiana scrivendo "area" o "zona" o, per essere addirittura precisi: "parcheggio". Perché chiamarlo stallo? L'uomo medio è più incline a comprendere "stallo" anziché "parcheggio"? Stalla, forse. Ma stallo proprio non credo.
Al di là delle questioni terminologiche e iconografiche, c'è comunque da rilevare l'assoluta idiozia di questa iniziativa. Capirei lo "stallo" per le donne incinte. Per i disabili. Per gli anziani. Per i genitori con bambini (sia uomini, sia donne). Ma perché avvantaggiare solo le donne? E infatti la polemica arriva subito, perché il fotografo Massimo commenta nell'e-mail che mi ha mandato: "Non parla di donne incinte. È chiaro che siete più deboli e non potete fare due rampe di scale". L'ironia ci sta tutta. E allora perché non raffigurarla su una sedia a rotelle quella donna con la messa in piega? Perché si deve sempre travisare il senso delle cose? Essere donna non significa avere dei problemi di deambulazione. Nemmeno "in quei giorni". Il cartello si appella al senso civico degli utenti. Ma senso civico in questo caso significa soltanto discriminare ulteriormente. E soprattutto fare confusione.
Concludo con un'osservazione trasversale. Per evitare che gli uomini si parcheggino in quell'area, potremmo tranquillamente fare a meno del cartello e fare affidamento soltanto sulle linee rosa sull'asfalto. Vista l'omofobia dilagante tra gli uomini, quello sarebbe stato il deterrente migliore. Eh già, il senso civico è proprio in stallo.


Clienti




Molti pensano che io, lavorando autonomamente, possa godere di una certa immunità dalle classiche discriminazioni sul lavoro. Beh, ora scrivo un post che vi convincerà del contrario. Faccio notare intanto, che per sopravvivere in questo mercato sono costretta a fare periodicamente dei colloqui di lavoro. Nel senso che qualcuno mi esamina per darmi un lavoro. Sono i miei clienti, potenziali e acquisiti. Io sono dieci anni che cerco costantemente lavori, e c'è di buono che per me questo aspetto non rappresenta più un fattore di stress. Ho imparato a conviverci. Fa parte del pacchetto del piccolo imprenditore. Da questo punto di vista quindi, sono come una qualsiasi donna che deve affrontare una selezione, con tutte le dinamiche che conosciamo, comprese le discriminazioni, ma ahimè, senza la possibilità di appellarmi a un sindacato.
Tanto per citarne una, anni fa dovevo contattare un'azienda vinicola piuttosto grossa del profondo Friuli. Telefono per parlare con il titolare (qui le aziende possono fatturare anche milioni di euro l'anno e non avere mai sentito parlare né di consiglio d'amministrazione, né di amministratore delegato, né di direttore generale, responsabile marketing e via dicendo; c'è sempre e solo un unico interlocutore: il titolare, fondatore, padre padrone, colui che tutto sa e tutto fa). Mi risponde qualcuno che non era il titolare.
"Aspetti un attimo, che è fuori." Sento che stanno portando il cordless al grande capo, impegnato evidentemente nell'ispezionare le vigne. Sento i passi sulle scale, i passi nel terreno, rumori vari di sottofondo. E sento il titolare: "Chi è?"
"Ah non so...- in dialetto friulano - l'è una fèmena".
Vi lascio immaginare l'esito di quella telefonata. Voglio dire, tu sei là che avresti voluto dirgli: ma-brutto-ignorante-e-bifolco-che-non-sei-altro,spero-che-quelle-quattro-piante-pidocchiose-che-ti-ritrovi-avvizziscano-e-che-la-stessa.sorte-tocchi-ai-tuoi-genitali. E invece hai bisogno del lavoro, e fai finta di niente, salvo poi prendertela col tuo socio maschio in quanto rappresentante della categoria.
Sì, okay, si trattava di un contesto rurale, isolato. Ma nelle aziende "urbane" non va mediamente meglio. Solo che non si parla in dialetto e i modi sono leggermente più raffinati. Più volte, assieme al mio socio, sono stata ricevuta da responsabili marketing o della comunicazione di aziende di tutto rispetto (rispetto solo economico). Il rituale era sempre più o meno lo stesso. Ci chiedono i documenti in portineria (e nel mio caso fanno bene), ci fanno salire ai piani alti, ci accoglie una collaboratrice sempre magra, giovane e carina che ci fa accomodare in sala riunioni. Dopo un paio di minuti arriva la guest star. Ovviamente uomo. Molto raramente magro, giovane e carino. Una volta seduti, eccolo lì: lo sguardo del cliente si rivolge direttamente al mio socio. Così, di default. E io divento tappezzeria, corredo e arredo di una riunione in cui la mia presenza è ritenuta inutile. Eppure quell'appuntamento l'avevo preso io. Ci avevo parlato io con lui al telefono. E non mi ero spacciata per la segretaria del mio socio. E a quel punto che fai? Non puoi prendere la parola dicendogli brutto-idiota-di-maschio-razzista-e-ignorante-ma-ti-hanno-informato-che-le-donne-hanno-il-tuo-stesso-diritto-di-voto? No, perché ti serve il lavoro. E allora, mentre il signore fissa il mio socio, io inizio a parlare, tipo voce fuori campo, come quelle che ascolti in cuffia quando devi smettere di fumare. Una sorta di messaggio subliminale. "Dammi il tuo budget, razza di imbecille".
Va un po' meglio con le donne. Intanto perché le poche che ricoprono ruoli di responsabilità non hanno più di quarant'anni, segno forse che la battaglia per la parità sta soltanto ora, timidamente, dando qualche risultato. La cosa interessante che ho notato però, è che le donne non danno comunque più importanza a me in quanto appartenente allo stesso genere. E non la danno nemmeno al mio socio. Cercano di essere equilibrate. Danno ascolto a entrambi. Sorridono, partecipano e impostano il rapporto in modo orizzontale e paritario, tra sessi e tra ruoli. Da un lato mi fa piacere. Dall'altro mi rode, perché non avrò mai la mia personale vendetta.
Chiaramente questi sono solo esempi parziali in base alla mia esperienza personale. Sono sicura che esisteranno uomini manager in grado di rispettare la presenza di un'interlocutrice donna e donne manager che cadranno nel meccanismo del senso di inferiorità rispetto all'interlocutore uomo. Fatto sta che se dovessi fare una statistica sui miei colloqui di lavoro, direi che per un buon 80%, hanno avuto un esito positivo esclusivamente per la presenza del mio socio. Anche in quei casi in cui la più preparata sull'argomento ero io. E se domani fallissimo, la mia piccola statistica rientrerebbe tranquillamente in quella del mercato del lavoro nazionale: il mio socio avrebbe l'80% di possibilità in più di trovare lavoro rispetto a me.
Spero che un giorno questo blog mi dia da vivere.

lunedì 18 ottobre 2010

Uno sconosciuto alla porta 2

No, perché poi sembra che capitino tutte a me, ma vi giuro che è successo veramente. Dopo lo sconosciuto alla porta del mio ufficio, l'altra sera, se n'è presentato un altro direttamente a casa mia. Premessa: era una settimana che la mia caldaia era senz'acqua, per cui i caloriferi non davano segni di vita. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, anche i miei figli avevano iniziato ad avere una sorta di simbiosi proprio con i caloriferi, manifestando evidenti sintomi di congelamento. In pratica, si stava verificando lo stesso rapporto che c'era tra E.T. e il bambino Eliott. Per evitare di vedere i miei figli esaminati dalla NASA sotto dei teloni di plastica, ho preventivamente telefonato alla ditta che fa la manutenzione della caldaia. Siccome mi hanno detto che mi avrebbero chiamata loro perché in quel momento erano pieni di lavoro, ho telefonato anche all'idraulico, sperando che arrivasse prima lui. Insomma, per una settimana non si è visto nessuno. Esasperata (e domandandomi se le cose sarebbero andate meglio se avesse telefonato il mio compagno minacciandoli come solo un maschio riesce a fare), richiamo l'idraulico venerdì pomeriggio, implorandolo (come solo una donna riesce a fare) di fare un salto in serata. Lui, implacabile, mi dice di no, e che sarebbe venuto appena lunedì. Ho trascorso il resto del pomeriggio a pianificare un week-end ai tropici per i miei figli (lo spirito di sacrificio di una madre non ha confini), maledicendo la categoria - prevalentemente maschile - degli addetti ai tubi, anzi, al tubo. Poi, alle sette e mezza di sera, suona il campanello. Era l'idraulico.
"Oh, si è messo una mano sulla coscienza!" Gli ho detto piena di gratitudine (mentre il mio compagno era comunque pronto a spaccargli la faccia). Gli ho mostrato la caldaia, lui mi ha spiegato dettagliatamente la procedura da seguire per le prossime volte, mi ha raccontato come funziona il meccanismo, il significato delle spie, dei pulsanti e delle valvole (ovviamente, non come si fa con uno che non l'ha mai fatto prima, ma come si fa con uno affetto da ritardo cognitivo, quindi ripetendomi le cose più volte). Il tutto, mentre il mio compagno metteva a letto il bambino più piccolo (che ha un cedimento strutturale fisso alle otto di sera), e il bambino più grande passava il suo mini mocio Vileda pulendo tutto il corridoio. Alla fine, chiedo all'idraulico quando faremo il prossimo controllo della caldaia.
"Io non mi occupo di caldaie."
"Ah, mi scusi, pensavo fosse della ditta che ho chiamato lunedì. Allora è l'idraulico Marchesi."
"No."
"Mi scusi, e allora chi è lei?"
"Sono un idraulico, ma mi ha chiamato lei nel pomeriggio dandomi questo indirizzo."
"No, io ho chiamato un altro idraulico. Credevo fosse lei."
Insomma, per una circostanza ancora da chiarire, che per il momento chiameremo "culo", quell'idraulico era stato contattato da un'altra signora del condominio e lui aveva ben pensato, sbagliando, di citofonare al mio campanello. Mi spiace per quella signora che non avrà risolto il suo problema (e adesso, per la legge del contrappasso, mi aspetto che mi crolli il soffitto per il suo spandimento mai riparato), ma i miei figli hanno potuto trascorrere un fine settimana al caldo.
Comunque, oltre all'identità di quell'uomo, mi sono rimaste delle altre domande. Tipo: perché sono sempre le donne a chiamare gli idraulici? Non sarà per una sorta di vergogna che hanno gli uomini di chiedere aiuto? Un po' come quando si trovano in una città sconosciuta e si rifiutano di abbassare il finestrino della macchina per chiedere informazioni. O forse perché il binomio donna-idraulico è diventato ormai un topos della nostra cultura? Non saprei.
L'altra domanda nasce invece da quello che ha fatto quello sconosciuto quando se ne stava andando. Il mio primogenito, deposto il mini mocio Vileda, è andato a prendere la sua Barbie e ha iniziato a pettinarla (una Barbie diversamente abile, dato che le manca un braccio a causa dell'utilizzo violento e tipicamente maschile che mio figlio ne fa). L'idraulico allora ha sentito la necessità di intervenire: "Una Barbie??? Ma come? Tu sei un maschietto, dovresti giocare con le macchinine, con i trattori..." Mio figlio ha risposto con un dignitoso silenzio, mentre io non ho potuto fare a meno di intervenire: "Perché censurare la creatività dei bambini?" Ma la conversazione era nata già morta, perché l'idraulico parte con un'ode al proprio figlio, che è INCREDIBILMENTE affascinato da scavatrici, gru e camion. E si vedeva che la cosa era motivo di grande soddisfazione per il padre. Come se mi avesse appena detto che il figlio aveva preso la laurea. "Vabbé, allora grazie..." ho concluso io. "Ciao! Alla prossima!" Ha detto mio figlio, che poi ho sgridato: "Quante volte ti ho detto che non si parla con gli sconosciuti?"

domenica 17 ottobre 2010

Il giorno del Signore (e delle signore)

Per celebrare la domenica, pubblico un post tratto da una storia vera, che mi è stata raccontata ieri sera da un'amica.
La domenica, a messa in una chiesa qualunque della mia città, madre e figlia di sei anni raccolte in preghiera con gli altri fedeli.
"Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo"
Bambina: "E la madre?"

Ho molta fiducia nelle nuove generazioni.

sabato 16 ottobre 2010

"Sign o' the time"

Leggetevi questo articolo. E poi ditemi se Prince non poteva nascere in una città più fortunata.
Per chi ha poco tempo per leggere (e io so che ne avete poco, perché gli infallibili report di Blogger mi dicono che accedete al blog negli orari di lavoro. Bravi, bravi...), vi faccio un sunto.
Minneapolis è stata eletta da Forbes "Best US city for working mothers". È la città degli Stati Uniti dove la parità tra uomo e donna è stata pressoché raggiunta. Merito degli antichi coloni scandinavi che l'hanno fondata e popolata. Il binomio protestantesimo-Europa del Nord (e temperature polari) ha prodotto eccellenti risultati. I mezzi pubblici sono pensati per le donne (e per i passeggini), le aziende hanno il 35% di donne nei consigli di amministrazione e le retribuzioni non sono discriminatorie. In un colosso americano nel settore dell'alimentazione che ha sede proprio lì, le madri che lavorano possono far visita ai loro bambini nel nido aziendale durante la pausa per il pranzo, perché, dice serafica una dipendente, "Una madre serena è anche una lavoratrice più produttiva". Che banalità, eh? Inoltre, le mamme possono lavorare da casa (si sono accorti che esiste la tecnologia), ottenere dei part-time, godere di periodi sabbatici e dopo la maternità rientrano al lavoro gradualmente. Ovviamente non è tutto oro quello che luccica. Dice un'editorialista del giornale locale, che Minneapolis è una città studiata per le donne sposate e per le famiglie, mentre per le donne single che superano i 35 anni è molto difficile avere una vita sociale felice (e a questo punto mi viene il dubbio che la promozione Frecciarosa di Trenitalia sia stata pensata a Minneapolis). Pare che sia per un tabù legato alla cultura protestante, che a parte una facciata progressista, è in realtà molto bigotta e chiusa. Sarà, ma non mi risulta che dove prevalga la cultura cattolica le cose vadano diversamente. Insomma, anche là hanno ancora molto da lavorare. Ma è come quando si organizza una cena. Loro il primo l'hanno già cucinato. Manca ancora il secondo. Noi non sappiamo ancora quali ingredienti andare a comprare.

venerdì 15 ottobre 2010

Uno sconosciuto alla porta

Mi domando: ma la crisi non era finita? Abbiamo stretto i denti per tutto il 2009. Abbiamo navigato a vista per quasi tutto il 2010. Ci hanno detto che il peggio era passato, che era iniziata una timida ripresa. Ma io so che non è così, perché ho un indice infallibile della crisi (oltre al mio conto in banca): la mia casella di posta elettronica. Lì ricevo tutte le candidature spontanee di chi cerca lavoro. Negli anni passati mi scrivevano 5-10 persone al mese, incluse le richieste di stage. Negli ultimi mesi ne ricevo 5-10 a settimana. Gente qualificata, neolaureati pronti alle famose fotocopie pur di entrare nel mondo del lavoro, profili junior, senior e varia umanità. Alle richieste digitali si aggiungono quelle analogiche, cioè, bussano direttamente alla porta. Sempre più spesso piombano in ufficio giovani col curriculum in mano che chiedono un colloquio seduta stante. Ma anche stranieri che si offrono per il volantinaggio, o per lavori di fatica. Non sanno cos'è un'agenzia di pubblicità: citofonano a caso per parlarti di persona. Alla loro disperazione si aggiunge la mia, perché mi domando fino a quando potremo andare avanti così. Quand'è che questo sistema collasserà definitivamente portandoci tutti con sé. Mi guardano come se io avessi potere di vita o di morte in quel momento, e non sanno e non credono che io non posso fare niente, che non posso assumere, che non ho tempo per insegnare qualcosa di costruttivo agli stagisti, che è inutile che li prenda in prova se non so nemmeno quanti clienti falliranno entro la fine dell'anno (molti) e quanti pagheranno (pochi). Del resto, è lo stesso sguardo che devo avere io quando vado a parlare con qualche azienda.
Ieri mi si è presentato davanti un tipo, dall'età indefinibile tra i 40 portati male e i 50 portati bene. Ovviamente mai visto prima, né sentito per un appuntamento. Ancora sulla porta mi chiede se faccio pubblicità. Sì. Anche su giornali? Sì. E come funziona? A quella domanda mi sono vista passare cinque anni di università, uno e mezzo di master, sei mesi di stage e 10 anni di lavoro. Ho esitato un attimo (perché mi sono soffermata nostalgicamente alle feste universitarie), e lui ha approfittato per raccontarmi che è un odontotecnico, che si trova in città da due anni, che non ha lavoro e vuole farsi una clientela e non sa come fare. A quel punto ero a un bivio: il suicidio o la resistenza a oltranza. Vedo le due stronze dell'ufficio accanto al mio che guardano questo disgraziato come se fosse un lebbroso e mi strizzano l'occhio compiaciute. Opto per la resistenza. Gli spiego che non ha bisogno di un'agenzia di pubblicità. Che deve farsi un giro di conoscenze, magari approfittando di facebook, che queste cose funzionano con il passaparola. Insomma, cerco di dare un senso a quel colloquio improvvisato. Lui mi guarda e mi fa: "Lei è il capo qui?" Ho un altro flash tipo quello delle feste universitarie, ma stavolta mi appaiono tutte le persone (fornitori, collaboratori, clienti, gente che passava di là per caso) che mi hanno sempre trattata come se fossi la loro segretaria. "Sulla visura camerale è scritto così" ho risposto. Devo avergli fatto pena, perché si è lanciato in un panegirico sulla necessità che al mondo ci fossero solo capi donne. "Beh, - gli ho risposto - basterebbe anche solo un 50%" Ma a quel punto nessuno lo poteva più fermare: "No, perché le donne che comandano sono migliori. Perché sono anche più seducenti". Ora, se solo aveste potuto vedermi ieri...beh, seducente sarebbe stata l'ultima parola che vi sarebbe venuta in mente. "Presenti esclusi" mi è venuto spontaneo aggiungere. "No, veramente, sono più comprensive, si lavora meglio che con gli uomini". Caro mio, ecco perché non hai un lavoro - ho pensato. Ci siamo salutati con la promessa di riaggiornarci presto.
È stata una giornata veramente deprimente. Oltre che per il fattore umano, mi sono rattristata anche per il pensiero che le donne possano acquistare rispetto  solo da chi è fuori dal mercato del lavoro. E, depressione nella depressione, ho anche pensato che quel rispetto passa comunque attraverso il fattore della seduzione.
Va bene dai, basta così. Prometto che la prossima volta vi racconterò qualcosa di divertente.

giovedì 14 ottobre 2010

Mi compro le pari opportunità

Faccio parte di quella categoria di idioti (e sono molti) che sperano sempre di vincere al superenalotto, ma non giocano mai. Peraltro, non arriverò mai al livello di mio padre, che invece gioca e poi non guarda i risultati. Ogni volta che il montepremi raggiunge vette impensabili, mi metto a fantasticare sul mio futuro da milionaria. E ogni volta che qualcuno vince, mi dico: "Beh, sarà per la prossima volta". Fra le varie cose che vorrei fare da milionaria, ce n'è una molto pertinente a questo blog. Vorrei comprarmi le pari opportunità. Perché? Vi sembra strano? Mica tanto. Con il denaro si possono fare molte cose. Nel nostro mondo decadente ci si compra la rispettabilità, per esempio. O l'immunità. O una buona dose di felicità, checché ne dica il detto popolare. Comunque, di donne che si sono comprate le pari opportunità ce ne sono molte. Tipo Madonna, che nell'ultima campagna D&G gioca a fare la femmina d'altri tempi (a parte la tenuta con cui lava il pavimento). Che bello. Anche a me piacerebbe giocare a fare la donna tradizionale, tutta casa, chiesa, figli e obbedienza alla società patriarcale. Mi divertirei un sacco, perché tanto saprei che poi tornerei alla mia vita normale, dove tutto questo non esiste. In effetti è così che fa Madonna. Si diverte, gioca e poi torna a casa sua, dove fa tutto quello che le pare, dove nessuno si sogna di chiederle se e quando andrà in maternità, o quanto tempo ha intenzione di prendersi per l'allattamento. Dove anzi, è sempre l'uomo a essere in difficoltà, perché sempre inadeguato al personaggio della consorte. Madonna ha vinto al superenalotto al posto mio.
Poi c'è Angelina Jolie, che ha deciso di volersi circondare di bambini. Un po' suoi, un po' no. Quando ho avuto il mio secondo figlio, mi sono chiesta come facesse Angelina Jolie a stare dietro a sei bambini e contemporaneamente girare un film, fare l'ambasciatrice dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, mantenersi in forma e tenersi Brad Pitt. Beh, semplice: con tanti soldi. E quindi tante babysitter e la libertà di vivere solo del tempo di qualità. Mica penserete che li andrà a comprare lei al supermercato i biscotti solubili? O che quando uno dei figli ha un mal d'orecchio lo porti lei in autobus e passeggino dal pediatra? O che il suo produttore, dopo la maternità, la metta a lavorare in un sottoscala? Sono molto carini Brad e Angelina fotografati in vacanza. Loro con i sei figli. Un bel quadretto. Sono tutti felici, allegri e pieni energie. Se penso che io, per farmi un fine settimana al mare con meno della metà delle persone che compongono la famiglia Jolie-Pitt, rischio l'esaurimento già soltanto all'IDEA di dover partire... Ecco perché a me nessuno mi fotografa in vacanza. Nemmeno gli amici. La mia famiglia non è affatto un bello spettacolo. Il mio compagno che russa sulla brandina ucciso da una settimana di lavoro, il figlio grande che fa la pipì sui castelli degli altri bambini e quello piccolo che si mangia la sabbia condita con qualche alga, mentre io cerco di pulire le chiazze di gelato dei Gormiti dall'asciugamano. Chi ha tempo di mettersi in posa? E poi, con quale faccia?
Infine c'è la mia preferita. Monica Bellucci. Che riesce a essere l'emblema della femminilità, ma facendosi comunque gli affari suoi. Ha sposato la campagna per la fecondazione assistita, causa peraltro nobilissima, ma senza preoccuparsi poi di come le famiglie devono fare per gestire figli, lavoro e vita quotidiana. Non so se la Bellucci sia poi ricorsa (all'estero) alla fecondazione assistita per aver avuto il secondo figlio a 44 anni. Fatto sta che adesso si gode la sua nuova maternità, tipo Angelina Jolie. Felice e serena, perché sa che non sarà discriminata sul lavoro e che non dovrà mai prendere un autobus. "Sono molto innamorata di mio marito" dice con un candore disarmante. E la cosa dispiace un po', perché si priva di quell'esperienza costruttiva e fondamentale per la crescita della coppia, che passa attraverso l'odio per il proprio partner proprio alla nascita di un figlio. Ma la mia è solo invidia. Beata lei che può essere donna e vantarsene. Noi, comuni mortali, le pari opportunità ce le dobbiamo sudare.
P.S.: chi volesse partecipare a un sistemone per il superenalotto, mi scriva.

mercoledì 13 ottobre 2010

Cartoline





È stata pubblicata la classifica per il 2010 sul Gender Gap del World Economic Forum. In pratica, ci dicono in che condizioni stanno le donne quanto a pari opportunità, a prescindere dalla distribuzione delle risorse economiche nei vari paesi. L'indice valuta quattro elementi: "partecipazione e opportunità economica delle donne - materia per la quale l'Italia occupa la 97esima posizione - l'accesso all'educazione (qui l'Italia ha una relativamente buona 49esima posizione), le differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita (95esima) e l'accesso femminile al potere politico (54esima)" (fonte: Repubblica.it).
Io, che sono una persona semplice, leggo così la situazione italiana: le donne studiano e poi devono restare a casa.
Comunque, in termini assoluti i dati relativi al nostro Paese non significano nulla. Come quando ci andava male un compito in classe a scuola e dovevamo dirlo ai nostri genitori.
"Gli altri come sono andati?"
"Mamma, MALISSIMO."
"Anche Alessandra?"
"No, ma lei non fa testo."
Alessandra è un nome di fantasia per indicare la secchiona della classe, di tutte le classi del mondo.
Allo stesso modo, la 74esima posizione dell'Italia nella classifica mondiale non ha nessun valore. Bisogna vedere come stanno messi gli altri. E allora togliamo la prima della classe, l'Islanda, che non fa testo perché non solo ha un premier donna, ma anche omosessuale, quindi è troppo avanti per essere presa in considerazione da noi. Gli altri chi sono? Norvegia, Finlandia, Svezia, Nuova Zelanda, Irlanda, Danimarca. E vabbè, ma lo sappiamo che il Nord Europa va forte e che in Nuova Zelanda giocano tutti a rugby, per cui le donne sono le uniche a mandare avanti il Paese. Allora lo volete proprio il dato interessante? Sapete chi c'è, fra gli altri, prima dell'Italia? Mozambico, Cuba, Mongolia, Uganda, Malawi, Ghana. In questi Paesi le donne stanno mediamente meglio che da noi. Cioè, per esempio, il Malawi è uno degli Stati più poveri al mondo, dove il 42% della popolazione vive con meno di 1 $ al giorno, piagata dall'AIDS e dalla corruzione. In Malawi è costante l'emergenza umanitaria. Eppure, da un punto di vista di opportunità per le donne è più avanti rispetto all'Italia. E non credo soltanto perché Madonna ha deciso di comprarsi là il suo ultimo figlio.
Ho scritto recentemente che meditavo di andarmene in Andalusia (la Spagna è all'undicesimo posto della classifica) per godermi un po' di sana parità, ma adesso sto rivalutando altre destinazioni. Vi manderò delle cartoline. La prima potrebbe essere provocatoriamente questa:

"Questa donna ha più possibilità di diventare dirigente di una donna italiana. Tanti cari saluti dal Malawi."


martedì 12 ottobre 2010

Come la vedono

Lo ammetto, ho sfruttato il mio lavoro per diffondere il verbo. Ho chiesto ai miei studenti del master in nuovi linguaggi di Accademia di comunicazione di Milano, di rappresentare questo blog con un'ipotetica campagna pubblicitaria. Insomma, ho chiesto loro: "Come la vedete questa storia delle pari opportunità?" Ho rivolto la stessa domanda a un corso di apprendistato di grafici nella mia città. Il tema era difficile e non banale. Posto qui soltanto due proposte, per esigenze di brevità, facendo comunque i complimenti a tutti gli studenti per l'impegno profuso.
I primi due soggetti sono di Alessandro Piras, di Accademia di comunicazione.



Gli altri soggetti sono di Giada Sponza, del corso di apprendistato di Trieste.





lunedì 11 ottobre 2010

Signore, si parte

Sembra che l'operazione Frecciarosa (chi non ne sapesse ancora nulla, può trovare adeguate informazioni a questo link) stia diventando una cosa seria.



video


A parte che, lo ribadisco, io non ho mai visto una Frecciarosa in nessuna delle stazioni che ho visitato dal primo ottobre fino a oggi (Trieste, Venezia Mestre, Milano, Roma). Ma la cosa che mi sembra pazzesca, è il dispendio di energie e risorse economiche (le nostre) per promuovere un'iniziativa insensata. Fa indignare soprattutto la connivenza del Ministero dei Beni Culturali, quindi lo Stato, quindi la Collettività. Non era sufficiente lanciare un'offerta discriminatoria nei confronti della maggior parte delle donne (quelle che viaggiano da sole), no! Le istituzioni hanno pensato che non era abbastanza - in effetti sono d'accordo: sarebbe stato utile estendere la promozione a TUTTE le donne - e hanno rilanciato, aprendo i musei statali allo stesso target. Cioè, come recita lo spot: tutte le donne accompagnate entrano gratis nei musei statali. Purché si tolgano il burqa, mi viene da aggiungere.
Lo spot poi ci trae in inganno, perché la signora che parte, anzi, che pArte (se qualcuno non avesse colto il giochino intelligente) sta viaggiando da sola e non accompagnata. Tralasciamo il fatto che difficilmente ci si siede su un Frecciarossa con la stessa disinvoltura della nostra protagonista. Il più delle volte i posti accanto e di fronte sono occupati da gente che sbriciola panini, accatasta giornali, computer, borse e palmari sui tavolini, mentre tu cerchi in tutti i modi di far entrare il tuo trolley negli unici dieci centimetri liberi del ripiano in alto. Resta il fatto che ti mostrano il target sbagliato. È come se la Lines facesse uno spot in cui degli uomini si lanciano col paracadute per mostrare quanto bene si sta con gli assorbenti con le ali. Poi ci sarebbe da discutere anche sui musei inclusi nell'offerta, che sono solo quelli di Venezia, Roma, Napoli e Firenze. Come dire, se anche sei accompagnata, ma stai andando a Torino, la cultura non fa per te. Fra l'altro, mi domando anche quale necessità ci sia di incoraggiare le donne a frequentare dei musei. Forse sono più ignoranti degli uomini? Eppure, centinaia di migliaia di euro sono stati spesi per questa iniziativa. Riporto uno stralcio del comunicato stampa: "Mario Resca, Direttore Generale alla Valorizzazione del Patrimonio Culturale, ha quindi illustrato i termini dell’iniziativa 'Signore, si pArte!' nella conferenza stampa, alla presenza di Mauro Moretti, Amministratore Delegato di FS, di Alessandra Servidori, Consigliera Nazionale di Parità e di Milly Carlucci, ospite d’onore. La campagna, realizzata da Cosmo Adv, e presentata nell’ambito della manifestazione, sarà on air in ottobre nei cinema, nella stazioni FS, su stampa e web." Il fatto che fossero coinvolte anche le Pari Opportunità, la dice lunga su molte cose. Su Milly Carlucci non dirò niente.
In clima di concorrenza, non ci resta che aspettare la risposta di Alitalia, che ci farà volare gratis purché in età fertile (con certificato medico). O di Tirrenia, che offrirà imbarchi scontati alle donne che sanno rendere felici i loro uomini (con testimonianza scritta del marito).
Ah! Beato autostop!

Uomini in ritardo

Il mio lunedì era iniziato tutto sommato bene. Una bella giornata, poco spam nella mia casella di posta elettronica, nessuna cattiva notizia. Poi mi leggo la solita newsletter per addetti ai lavori. Guardo le ultime campagne di comunicazione, vedo qualche intervista, spulcio tra i principali eventi creativi nazionali. Poi noto un annuncio: un banner pubblicitario all'interno della newsletter, che promuove una nuova associazione, l'AIPO (Associazione Italiana Professionisti Online). Premetto che nutro qualche riserva sullo scrivere un post dedicato a questo argomento, perché appare così sopra le righe da farmi venire il sospetto che si tratti di una geniale trovata pubblicitaria. Intanto guardatevi il loro sito.
Sì, sicuramente è una trovata pubblicitaria. "L’idea è nata da uno sparuto gruppo di operatori del settore che hanno visto nel corso della loro carriera che i mutamenti sociali hanno contribuito ad uno squilibrio dei ruoli nel loro ambiente di lavoro. Tra pari opportunità, quote e quant’altro tutto è mutato, condizionando spesso la performance di uomini dalle carriere brillanti, figure professionali di valore che si sono ritovate all’angolo." Io ci colgo dell'ironia. Immagino che prossimamente scopriremo le reali intenzioni di questo blog. Magari stimolare un confronto proprio sulle pari opportunità in cui siano presenti e partecipi anche gli uomini. O semplicemente aggregare i professionisti del web e tirare su un sacco di soldi con l'espediente della solidarietà fra maschi. Insomma, sono disposta a credere qualsiasi cosa, purché non sia ciò che sembra. E in effetti, il fatto che il banner sia stato pianificato proprio su una newsletter dedicata alla comunicazione, mi fa ben sperare.
A parte le intenzioni del blog, colpiscono comunque i commenti dei visitatori. Ovviamente ci sono donne indignate (e dubbiose, come me, sulla reale serietà del blog), ma anche uomini che mostrano di apprezzare sinceramente l'iniziativa. E questo è l'aspetto forse più preoccupante. Al di là delle solite battutine da caserma su sindrome premestruale, unghie e tacchi a spillo (che magari ci stanno, perché ridere è un diritto di tutti), non ce n'è uno che dimostri qualche dubbio sull'eticità dell'iniziativa. Non leggo nessun commento maschile che dica: "Ah ah ah, divertente! Però non esageriamo, ché le donne oggi non se la passano molto bene nelle aziende". Questo, a dimostrazione che la battaglia per le pari opportunità se la devono fare sempre e soltanto le donne da sole. E la cosa mi rattrista.
Restiamo quindi in attesa di scoprire i reali obiettivi di questo blog. Nel frattempo, ridiamoci sopra leggendo la loro mission:


I tuoi problemi saranno le nostre soluzioni!
- Il tuo capo è una donna?
- Soffri della Sindrome dell’Operativo?
- Subisci e non riesci a cambiar le carte in tavola?
- Vorresti anche tu poter lavorare ad orario ridotto, magari per portare il cane al parco anche se non hai un figlio da allattare? (quest'ultima è la mia preferita)

domenica 10 ottobre 2010

Fraintendimenti

Per agevolare il percorso di parificazione e comprensione reciproca, è opportuno risolvere alcuni fraintendimenti storici tra uomo e donna. Il fraintendimento nasce da una distorta percezione che noi abbiamo dell’altro e l’altro di noi. Come dire, pensare che a un cane piaccia il cappottino in fantasia Barbour, è un fraintendimento. Il fatto che l’animale non abbia mai fatto osservazioni in merito, ci ha fatto credere, erroneamente, di fargli cosa gradita. Non ci siamo capiti insomma. Allo stesso modo, come tra cani e padroni, uomini e donne spesso non si capiscono.
Parliamo del primo grosso fraintendimento: quello dell’invidia del pene. L’uomo ha sempre pensato che la donna fosse sempre così infastidita, perché gli invidiava i suoi organi genitali. Da dove nasca questa convinzione non so. Freud disse: "le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile. Esse si considerano inferiori e l'invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili". Adesso, non so con quali donne abbia parlato Freud, ma sicuramente io non ho mai desiderato di avere un pene. Chiariamo quindi che quando si parla di invidia del pene, è solo per quell’unica peculiarità fortunata che hanno gli uomini di poter fare la pipì in piedi. E comunque l’invidia è presto dimenticata, grazie al progresso della civiltà moderna, che tende sempre più a sostituire i bagni alla turca con quelli a tazza. In ogni caso, se io avessi un pene, ne curerei senz’altro meglio l’igiene rispetto a quanto fanno i nostri amici maschi. E mi laverei SEMPRE le mani dopo aver fatto pipì.
Poi, continuando con Freud, mi spiegate cosa intendeva con “caratteristiche reazioni femminili”? Perché qui arriva il secondo fraintendimento. Spesso le donne vengono ritenute instabili, soprattutto “in quei giorni”. Instabili vuol dire anche inaffidabili, umorali, isteriche, intrattabili, lunatiche. Beh, sfatiamo questo mito per favore. A parte qualche isolato caso di scompenso ormonale, in “quei giorni” le donne sono esattamente come il resto del mese. Sono incazzate uguale. Finiamola di considerare il ciclo mestruale come una malattia. E le ragazze a scuola non sono nemmeno più esonerate dalle lezioni di ginnastica. Potere del progresso, della ricerca nei laboratori Lines, delle ali e soprattutto dei Tampax. Insomma, in “quei giorni”, oltre a buttarsi col paracadute, le donne sono anche in grado di seguire una conversazione senza alzarsi di scatto in preda a crisi isteriche. Riescono a parlare al cellulare, ad accendere un computer e farlo funzionare, guidano la macchina, e qualcuna va pure in piscina. Caro Freud, le “caratteristiche reazioni femminili” ce le avrai avute tu, pace all’anima tua. Vogliamo parlare delle “caratteristiche reazioni maschili”? Alla balbuzie improvvisa che li coglie quando vedono un seno maggiore-uguale a una quarta? Al totale annebbiamento che li coglie di fronte a una qualsiasi competizione sportiva data per televisione? Al totale stato di prostrazione a cui li riduce un raffreddore? Suvvia, siamo seri.
Concludo con l'ultimo fraintendimento: non è vero che le donne sono meno capaci di guidare rispetto agli uomini, e, per estensione, non è vero che non sono in grado di fare lavori pratici e manuali. Perché "guidare bene" non significa fare le gare per chi parte per primo al semaforo, né avere la presunzione di essere su una Ferrari invece che sull'auto di Fantozzi. Guidare bene significa rispettare le precedenze, i pedoni e gli altri automobilisti, di qualunque sesso essi siano. E l'unico luogo comune che mi sento di condividere, è il vecchio col cappello. Ugualmente, montare un mobile Ikea non significa saper fare i lavori di casa. E la conferma arriva quando c'è una caldaia che non funziona, o una lavatrice bloccata, o un frigo che ha allagato la casa. Sulle reali emergenze nessuno può far niente, né maschio, né femmina. I nostri compagni amano farsi largo per il corridoio di casa brandendo il trapano come se fosse un'arma medievale, ma poi si defilano quando c'è da chiamare l'idraulico (anche perché trapanare la lavatrice non sempre è una buona idea).
D'altra parte, l'idraulico che arriva è sempre uomo. Peccato. Forse, se non ci fossero tutti questi fraintendimenti, qualche donna potrebbe trovare interessante questo mestiere. Cosa ridete?