lunedì 28 febbraio 2011

La semplicità dell'uomo. Prima parte: l'abbigliamento

Ci sono situazioni nella vita, in cui gli uomini ti guardano con un’espressione chiara in volto, un’espressione che sembra dirti: “Perché?”. Quest’aria di smarrimento compare come per incanto tutte le volte in cui noi donne ci avventuriamo in elucubrazioni che anche se hai una laurea in filosofia, difficilmente riuscirai a comprendere.
Penso alla banale scelta dei vestiti, per esempio. Se per la mattina è programmata una riunione importante in ufficio, l’uomo medio avrà, come unica difficoltà, quella di abbinare la cravatta all’abito. La donna invece, dopo aver controllato il meteo su internet, per sapere se pioverà o meno, se ci sarà vento o farà caldo, aprirà l’armadio e verrà assalita da un irrazionale horror vacui. Cioè, lei avrà di fronte a sé decine e decine di vestiti, ma non li vedrà. È come se avesse aperto, che so, il ripostiglio, o un’anta della libreria. È comprensibile, se ci pensate: scegliere tra più di un milione di combinazioni statistiche, è come misurarsi con il concetto di infinito. Il ragionamento dovrà procedere per gradi. Gonna o pantaloni? Vestito o tailleur? Colore? Accessori? Umore? E poi, visto che siamo su un blog che parla di discriminazioni, specifico che in vista di una riunione di lavoro, una donna si domanderà sempre se quello che indossa sarà troppo provocante, o troppo serioso, o troppo sciatto. E già questo ci dà la dimensione della quantità di pressioni a cui, ogni giorno, una donna è sottoposta. L’uomo invece, è una creatura semplice. Ti guarda interrogativo mentre componi sul letto i vari abbinamenti tra cui scegliere, ma non osa parlare, perché secoli di evoluzione gli hanno insegnato a percepire il pericolo. E quella, la situazione della donna che sceglie l’abbigliamento prima di uscire di casa con i minuti contati, È una situazione di pericolo. Adesso, qualcuno di voi starà sorridendo, pensando ai classici luoghi comuni che differenziano uomini e donne. Ma io non rido. Perché mi domando come mai una donna, nei millenni, si sia ridotta in questi stati. Voglio dire, quando eravamo delle scimmie, sia il maschio sia la femmina avevano ognuno il suo pelo (oddio, anche adesso, in assenza di ceretta), e non si facevano grossi problemi di abbinamento. Cioè, la scimmia femmina, passeggiando nella giungla, non si domandava “Che cosa penseranno le altre scimmie di me?” L’uomo è semplice perché è tranquillo. La società non ce l’ha con lui. E nemmeno la biologia.
Insomma, questa riflessione ve la butto là così. Poi ognuno tragga le conclusioni che vuole. Da parte mia, credo che la famosa semplicità dell’uomo non sia sempre da condannare. Anzi, spesso dovremmo trarne insegnamento. Magari non sempre, magari è meglio che qualcuno nella coppia si faccia ogni tanto delle domande che vadano oltre a “Cosa c’è per cena?”. Però con parsimonia, senza esagerare. Perché poi ci sono dei casi in cui troppe domande causano sofferenza, una sofferenza a cui non c’è soluzione. E allora è meglio tirare un respiro profondo e recitare questo mantra: “Sono un uomo, sono un uomo, sono un uomo”.
Fine prima parte.

giovedì 24 febbraio 2011

Il profumo dei ricordi. Ode a zia Jole

Vi piace questo titolo evocativo? A me molto, perché rappresenta il mio mood del momento. Credo siano le prime avvisaglie della primavera, anche se oggi ci sono 2 gradi e soffia la bora come non mai. Ma evidentemente percepisco qualche polline nell'aria che mi fa un po' nostalgica, un po' malinconica, un po' noiosa, e stranamente anche un po' buona. Forse, più che della primavera avrei bisogno di una vacanza, diciamocelo. È che ieri ho letto un post bellissimo che mi parlava di luoghi lontani, ma italiani. Di quei tanti piccoli posti che molti non conoscono, ma che trasudano fascino da ogni strada. Mi ha colpito questo post (anche perché è uno dei pochi senza errori di ortografia) e mi ha rievocato pezzi di immagini, suoni e sensazioni del mio passato. Non so perché, ma mi sono ricordata di una vecchia prozia che viveva a Napoli. Zia Jolanda, detta Jole. Quando avevo dodici anni sono andata a trovarla con i miei genitori. Abitava in un appartamento in un vecchio palazzo di Napoli, uno di quelli dove c'era ancora il portiere a cui davi dei soldi per farti usare l'ascensore. Le finestre della mia camera si aprivano su un piccolo terrazzino da cui si vedeva il mare. Ho bene impressa nella mente l'immagine del mio risveglio, in una mattina d'estate, con il profumo del bucato steso al sole misto a quello del caffè appena uscito e la luce che entrava nella stanza e il blu del mare. A questa immagine si sommano i ricordi dei rumori del traffico e delle voci della gente che camminava per strada. La voce del fruttivendolo, quella del giornalaio, quella dei bambini che giocavano a calcio sul marciapiede e si facevano chiamare tutti Diego, in onore di Maradona. Per me sono ricordi emozionanti, perché fin da piccola ci trovavo della poesia, ed è piacevole farli riaffiorare oggi, in mezzo a tutta la tecnologia da cui sono circondata, in mezzo alle scartoffie del lavoro, alle preoccupazioni e alle incombenze della vita quotidiana.
E poi c'era zia Jole. Una dei sei fratelli di mio nonno. Bellissima in gioventù e dotata di un'energia che oggi ce la sogniamo. Zia Jole non si è mai sposata, né ha avuto figli. Vantava spasimanti e fidanzati illustri, ai quali però non ha mai detto "sì". Non in senso coniugale, almeno. Zia Jole ed io avevamo un rapporto speciale. Sebbene ci vedessimo molto raramente, avevamo instaurato un bellissimo feeling. Mi comprava un sacco di libri e di riviste, chiacchieravamo per ore di tutto e di niente, ci volevamo bene. Quando ancora non c'era la globalizzazione alimentare, lei veniva per dei brevi periodi a Trieste e ci portava delle mozzarelle che non avevano nulla a che vedere con quelle che eravamo abituati a mangiare noi. E siccome finivano nel giro di una mezza giornata, zia Jole, all'età di 85 anni, preparava la borsa, si avviava alla porta e ci diceva: "Vi sono piaciute? Allora faccio un salto a Napoli e ve le riporto". Come se dovesse scendere al supermercato sotto casa e non farsi mille chilometri in treno. Poi la dovevamo fermare in cinque.
Zia Jole non era propriamente lo stereotipo della donna meridionale. Almeno non di quella dell'epoca. Era magrissima, single, indipendente e anche un po' rivoluzionaria. A guardar bene comunque, nemmeno gli altri suoi fratelli erano molto "normali". A cominciare proprio da mio nonno, che forte delle sue due lauree, una in ingegneria chimica, l'altra in farmacia, si prendeva la libertà di creare pozioni velenosissime da conservare in caso un giorno gli avessero diagnosticato una malattia incurabile. "Così mi suicido e non mi faccio fregare dai dottori, che sono tutti dei coglioni". Amava dire.
Ma c'era qualcosa in zia Jole che la rendeva speciale. Ed era quella sua serenità nel fare della sua vita ciò che voleva. Senza dar credito alle aspettative degli altri, senza cedere ai "suggerimenti" della società. Sicuramente la mia amata prozia non sarebbe scesa in piazza per la manifestazione Se non ora quando, né si sarebbe preoccupata del problema delle quote rosa. Tanto lei faceva come voleva comunque. E lo faceva con una leggerezza da cui molte di noi avrebbero da imparare. Me compresa. Certo, probabilmente non aveva l'aspirazione di sedere in un CdA di una società quotata, ma anche se l'avesse avuta, avrebbe sicuramente trovato il modo per farcela. E mi piacerebbe averla ancora qui, zia Jole, che si è spenta alla tenera età di 96 anni. Mi piacerebbe sentire da lei cosa ne pensa della situazione attuale delle donne italiane. E vorrei sentire che cosa farebbe per venirne fuori. Parlerei con lei di tutte queste cose, magari su quel terrazzino sul mare, guardando le lenzuola appese al vento e bevendo uno dei suoi leggendari caffè.
Ah, cara zia, quanto mi manchi.

mercoledì 23 febbraio 2011

Donne incostituzionali

Non ho nemmeno fatto in tempo a scrivere di quote rosa, che già l'iniziativa è miseramente naufragata. Allora, intanto la commissione Giustizia del Senato ha dato parere negativo per via di un'apparente incostituzionalità. Ora, non sono un'esperta giurista, né ho studiato legge, ma all'Università un esamino di diritto pubblico l'ho fatto, e quando ho letto la Costituzione, mi pareva che il senso di parità tra uomo e donna fosse abbastanza chiaro. Poi possiamo anche andare a ravanare sui singoli articoli, sulle virgole, sulle parole esatte, ma nessuno mi toglie dalla testa che il messaggio generale della nostra Costituzione sia quello della piena uguaglianza e tutela di tutti i cittadini italiani, che devono avere le stesse possibilità e libertà di espressione e di realizzazione personale, familiare, sociale e professionale. Ecco, da questo punto di vista, una norma che preveda una quota del 30% destinato alle donne nel Consigli d'Amministrazione delle società quotate mi pare che vada, seppur lentamente, nella direzione indicata dalla Costituzione.
Non mi dilungo sui dettagli legali della controversia, ma riporto solo lo stralcio che più mi ha indignata:
In pratica, la sanzione per le aziende che non prevedono il 30% delle donne nei CdA, consiste nello scioglimento del CdA stesso. Che, francamente, a me pare il minimo, oltre che assolutamente "proporzionale". Perché è proprio questo il piccolo dettaglio che ci fa capire quanto grande sia la discriminazione della donna: ritenere esagerata una sanzione di fronte a una forma di razzismo. Significa che non hanno capito un accidente del problema, che è un problema culturale e sociale e che alla lunga porta anche un danno economico. Significa che la questione è grave e seria e richiede la massima attenzione. Per cui, se mi dici che è esagerato chiudere un CdA per questa stronzata, allora ti dico che è anche esagerato che tu guadagni un milione di euro l'anno per amministrare una società in perenne perdita. Applichiamolo ovunque allora, questo benedetto principio di proporzionalità. Per me, quello che ti aspetta sotto casa per tagliarti le gomme della macchina potrebbe anche cavarsela con una sanzione amministrativa di 5 euro. Non vorrai mica denunciarlo? Per me non sarebbe proporzionale: in fondo ha solo tagliato le gomme a te che te lo meritavi.
Chi si prende la briga di contestare questa sanzione, evidentemente non ha ben presente il tipo di danno che il comportamento illegale reca alle donne, che è un danno che, oltre che economico, è anche psicologico e sociale. Una donna non sarà libera di autodeterminarsi. E per me, la privazione della libertà è una questione seria. Ora, voi potrete dirmi che a livello legale non c'è nulla che impedisca alle donne di accedere ai CdA, ma, come ho già detto in altra sede, non c'era nemmeno nessuna legge che ci impedisse di imparare a leggere e a scrivere, eppure hanno sentito la necessità di rendere la scuola obbligatoria. E perché? Perché l'analfabetismo, così come l'esclusione delle donne dai centri vitali del potere e dell'economia, peggiorano la nostra civiltà.
Bene, tornando alla pratica, adesso pare che le quote rosa inizieranno a entrare a regime nel 2018, cioè fra sette anni (probabilmente qualche uomo, membro di qualche CdA, si è fatto il conto di quanto gli mancava alla pensione) e pare che la sanzione prevista per le società che non si adegueranno sarà, udite udite, una diffida della Consob e una multa.
Preso atto di ciò, vado a pranzo, che per protesta non cucinerò io.

lunedì 21 febbraio 2011

Quote rosa (e dintorni): rivoluzionare il lavoro?

Questo post a blog unificati nasce da un'idea e uno scambio di vedute su Twitter e in rete tra Monica Cristina Massola, Stefania Boleso, Lorenza Rebuzzini, Manuela Cervetti, Benedetta Gargiulo, Maria Cimarelli, Paola Liberace e Mariangela Ziller.

Dopo uno stralcio di scambi in rete:

"Non basta essere donne per esser candidate, anche questa è strumentalizzazione."
"Mi piacerebbe molto però se chiedendosi "chi c'è di bravo?" venissero in mente donne"
"Il punto è: basta questo per introdurre gente a caso (come avverrà in CDA banche) purché donna?"
"Sono sicura ci siano donne in gamba pronte per assumere ruoli importanti. Come fargli avere la chance?"
"Sempre più mi è chiaro che non si tratta di part time o di conciliazione: che bisogna rivoluzionare il lavoro, nulla di meno"
"Rivoluzionare il lavoro!! E' l'unica. Ma partendo dalle donne (dalle mamme!), non dall'imitazione degli uomini."
(seguendo in Twitter l'hashtag #rivoluzionareillavoro troverete alcune tracce di frasi che ci hanno fatto riflettere...)

abbiamo pensato di scrivere sugli argomenti delle reali opportunità per le donne nel mondo professionale: su come rivoluzionare l'organizzazione attuale del lavoro, e sulla legge attualmente in discussione sulle quote rosa nei CdA.

Come avrete intuito, questo post va in onda a blog unificati. Tipo messaggio del Presidente della Repubblica il 31 dicembre. E, non per darmi delle arie, ma anche io vi faccio gli auguri. Auguro a tutti, uomini e donne, che domani venga approvata la legge sulle quote rosa. E così vi svelo già la mia opinione in merito: un terzo delle donne nel Consigli d'Amministrazione delle società? Sì, grazie. È un po' poco, ma per ora ci accontentiamo. Meglio un terzo che un milionesimo. Certo, le solite prime della classe, tipo Norvegia, Spagna (?) e Francia (?) hanno quote del 40%, ma insomma, non vorremo mica stravolgere così di botto secoli di inciviltà italiana! Bisogna andare per gradi. Magari un giorno facciamo assistere le donne a una riunione del CdA dal buco della serratura. Il giorno dopo le facciamo entrare, magari per portare il caffè. Il terzo qualcuna si può appoggiare al tavolo di cristallo, meglio se in posa accattivante. Così, dopo una settimana di silenziosa presenza, l'uomo medio italiano si sarà abituato e sarà pronto per assorbire lo shock di condividere il potere con il genere femminile. Comunque il panico farà presto a rientrare, dato che "un terzo" coincide matematicamente con il concetto di minoranza. Per cui non ci sarà il pericolo di una guerra tra i sessi.
Detto questo, leggo ovunque i commenti dei soliti moderati (tipo mia madre), che con una certa spocchia criticano il meccanismo delle quote rosa. Dicono che la presenza delle donne non può essere imposta per legge. Dicono che le quote rosa fanno male alle donne. Alessandro De Nicola ha scritto sul Sole24Ore di qualche giorno fa che "È ozioso discutere se le donne fanno bene al bilancio della società; le manager brave sì, quelle scadenti o inadatte no. Sicuramente non sarà una qualunque burocrazia in grado di determinarlo." Ozioso un tubo. Se leggo dei dati che dicono che, dove ci sono dei CdA composti anche da donne, le aziende hanno delle performance migliori rispetto a quelle in cui i CdA sono al 100% testosteronici, significa che, a prescindere se quelle donne manager sono brave o scadenti, le quote rosa migliorano la situazione. E continua De Nicola: "La quota rosa è controproducente sotto altri profili: fa considerare le signore prescelte delle semplici 'raccomandate' e crea una piccola casta di 'gonne dorate' come vengono chiamate in Norvegia..." Cioè, non abbiamo nemmeno iniziato a prevedere un pidocchioso 30% di donne nei CdA, che già si parla di raccomandazioni e gonne dorate?! Ma vogliamo invece dire qualcosa sui "pantaloni dorati" invece? E sulle raccomandazioni di genere di cui godono gli uomini? Voglio dire, oggi, e non per legge, la maggioranza dei CdA delle società italiane è composta da soli uomini. Di questi, molti hanno fatto anche delle pessime figure. Penso ad Alitalia per esempio, o a Trenitalia (tutto quello che finisce in "italia" insomma. Ah sì, anche Telecom Italia). In questo caso non si parla più di raccomandazione? Cos'è, improvvisamente solo adesso scoprite il valore della capacità e della preparazione? Adesso che si parla di donne? Ecco, a me questa cosa mi manda veramente in bestia. Velatamente, ma nemmeno tanto, sento dire: "Bene le donne, ma devono essere capaci e preparate, eh!" E allora dirò una cosa impopolare: chissenefrega se non sono brave o preparate. Qualcuna sarà brava, qualcuna no. Qualcuna sarà odiosa, qualcuna no. Esattamente come gli uomini. Per me è questa la vera parità: le donne devono avere lo stesso diritto di sbagliare che hanno gli uomini. Non è che perché adesso concedono loro un terzo delle poltrone, queste donne devono lavorare il doppio degli uomini.
I principali detrattori di questa legge parlano tanto di meritocrazia. Dicono che i posti di potere devono essere ricoperti da gente qualificata, a prescindere dal genere. Bene, dico io. Ma siamo sicuri che oggi i posti nei CdA siano attribuiti per reale merito? Perché se non è così, allora di cosa stiamo parlando?
Scusate, mi è salita la pressione. Ora mi calmo.
C'è invece un'altra questione che mi preoccupa, che è proprio il numero di donne interessate ad usufruire delle quote rosa. Ci sono? E quante sono? E dove sono? A quale gradino dell'organigramma aziendale si sono fermate (o sono state fermate)? Ci sono moltissime aziende in Italia che contano percentuali altissime di donne nel livello impiegatizio, qualcuna a livello quadro, e praticamente nessuna dirigente. Se nel giro di un anno dovesse entrare in vigore il meccanismo delle quote rosa, dovremmo fare un corso accelerato di management alle donne. E sarebbe anche carino che parallelamente ci fossero dei corsi per spiegare agli uomini come sia normale e dovuto che anche loro si occupino dei figli e della casa. Perché che fai? Incentivi la donna a fare carriera per sfruttare tutte le sue capacità e poi lasci i suoi figli dall'assistente sociale? Ma alla fine c'è un'altra questione spinosa di cui si parla poco, che è lo squilibrio lavoro-vita privata. Si dà per scontato che si debba per forza scegliere: tra lavoro e figli, tra lavoro e vita coniugale, tra lavoro e salute. Sì, lo so, sto facendo un discorso da femmina. Mi è stato detto proprio l'altra sera a cena: le donne vogliono fare tutto e non sono disposte a concentrarsi su un'unica cosa. Vogliono essere madri, mogli, amanti, lavoratrici, amiche. L'uomo invece, una volta che ha scelto il lavoro, non si pone altre questioni. Sta bene così. Beh, scusate, ma a me pare riduttivo. E comunque, statistiche alla mano, la qualità del lavoro aumenta quando aumenta anche la qualità della vita, e questo significa che se ho il tempo per andarmi a fare una birretta con gli amici, o fare i compiti con mio figlio, poi sarò più produttiva in azienda. L'attuazione delle quote rosa in Italia, seppur con percentuali ben lontane dalla parità, implicherà anche una certa rivoluzione nel lavoro. Come tempi e come modi. E di questo, ne godranno anche gli uomini.

Se volete altre opinioni in merito, sicuramente più serie delle mie, questi sono i link dove potrete trovarle:

http://www.mammeacrobate.com/work.html
http://www.workingmothersitaly.com/category/blog/
http://pensieridistefania.blogspot.com/
http://milanoelorenza.blogspot.com/
http://pontitibetani.wordpress.com/
http://www.controgliasilinido.com

mercoledì 16 febbraio 2011

Telecom paladina delle donne

Non so se si era capito dal post "Terrore al centro estetico", comunque chi mi conosce lo sa molto bene: a me piace mangiare. Ma non scafandrarmi qualsiasi cosa. Non sono il tipo che si fa fuori un vaso di Nutella davanti alla TV, per intenderci. Cioè, se ci fosse, la Nutella sicuramente avrebbe vita breve, per cui non la compro direttamente. Ma non mi costa fatica, giuro, ci rinuncio volentieri. Quello a cui non rinuncio è la buona cucina. Che ne so, la pasta al forno con le polpettine, per esempio, il filetto in crosta di pane, gli spaghetti allo scoglio, i ravioli alla zucca con ricotta affumicata. Cose così. Ecco, più che la Nutella davanti alla TV, prediligo quei tre-quattro etti di pasta al forno. Senza fondo alcuno. Non sono mai stata particolarmente attratta dalle cosiddette "schifezze", quelle che la mamma ti dice sempre di non mangiare a scuola, per merenda. Non amo le merendine (non in quantità industriale almeno), né i panini del Mc Donald's. Certo, per mantenere equilibrata la quantità di tossine presenti nel mio corpo, ogni tanto un panino me lo mangio. Ma capiterà due volte all'anno. Mc Donald's rappresenta la quintessenza delle "schifezze": l'abbiamo sempre saputo anche prima che uscisse il film Super size me. Quel retrogusto chimico che accomuna un cheesburger a un Mc Bacon e a un Big Mac e che, di fatto, rende identici tutti questi panini, a volte spaventa. Quel cetriolo che poi non va né su né giù. E vogliamo poi parlare del pane? Ma è pane? Non lo sapremo mai. Insomma, molto meglio un altrettanto calorico panino con la mortadella. Magari in una baguette, con un filo di maionese (si vede che non ho fatto colazione, oggi?). Quello che mi meraviglia sempre è la pubblicità dei panini Mc Donald's. La scorsa settimana, nella stazione dei treni di Milano, ho visto totem enormi che gridavano concetti come "genuinità", "qualità", "italianità". Erano totem pubblicitari di Mc Donald's, mica della pasta De Cecco. Questo trend mi sconvolge sempre. E dire che io faccio proprio questo lavoro. Ma niente, poi quando vedi il risultato finale ti stupisci ogni volta. Il simbolo del più deteriore regime alimentare ha ovviamente un bisogno disperato di ripulirsi e di dare di sé un'immagine positiva. Soprattutto in Italia, dove la buona tavola ha ancora un senso, dove la pizza al taglio ha ancora la meglio sul panino, dove la dieta mediterranea è appena stata nominata Patrimonio dell'Unesco. Però a un certo punto, quando l'obiettivo è così irraggiungibile, dico io, si potrebbe pure cambiare strategia. Che ne so, usare l'ironia. Dire: "Vabbè, se ti cibi solo di Mc Donald's morirai giovane, però ogni tanto ci sta proprio bene. Tipo dopo un cinema. O quando vuoi gratificare l'adolescente che è in te". Ecco: "Ama l'adolescente che è in te: fatti un panino".
Ma perché vi sto raccontando tutto questo (oltre al fatto che ho fame)? Perché ci sono operazioni pubblicitarie che vanno veramente oltre ogni senso del pudore. Mi è venuta in mente la storia del Mc Donald's quando ho saputo che Telecom ha aperto un blog dedicato a donne, lavoro e questioni di genere. Allora, per chi non lo sapesse, questa cosa delle aziende che sposano una causa sociale è una tendenza che va avanti ormai da molti anni. Serve a far percepire come "buona" un'impresa che comunque ha come obiettivo principale quello di fare utili. E a dare la mazzata finale ci ha pensato Naomi Klein con No logo, che ha definitivamente rovinato la festa, parlando delle multinazionali che sfruttano, affamano, truffano. Oggi un'azienda ha il dovere di sentirsi in colpa per il solo fatto di fare profitto. Insomma, ha fatto di più la Klein nel 2000 che Marx in un secolo e mezzo. Così adesso abbiamo aziende che costruiscono asili, che finanziano ospedali, che sposano la cultura, che aiutano i giovani, che promuovono la pace nel mondo. Tutto questo, chiaramente, non come anonime benefattrici, ma come soggetti ben visibili, con il loro logo, con comunicati stampa, con campagne pubblicitarie, in modo che tutti sappiano che sono aziende buone e sensibili. Bene, assodato questo, c'è da vedere quale causa sociale viene scelta da ogni impresa. Di solito quella più vicina ai valori del loro marchio. Che ne so, Ikea, che fa mobili e usa il legno, sposa la causa ambientale piantando alberi per esempio. Così ti può dire: "Vedi? Io non disbosco l'Amazzonia per fare i miei prodotti. Ma pianto apposta la materia prima". Poi arriva Telecom, che adesso sembra aver sposato la causa sociale della tutela delle donne. Forse hanno pensato di poter fare come Ikea, dicendoci: "Vedi? Io sfrutto le donne nelle mie pubblicità mostrandotele seminude e ammiccanti, con un sottofondo di battute sessiste, ma poi apro un blog a loro difesa e contro le discriminazioni". Ma c'è qualcosa che non va. È come se Ikea, nelle sue pubblicità radesse al suolo con il napalm una foresta per creare attenzione, e poi aprisse un blog sull'amore per le piante. Ma in Svezia non lo farebbero mai. In Italia invece questo ragionamento è possibile. È possibile silurare Belen dandole tutta la colpa per il calo delle vendite. È possibile sostituire Belen con un'altra bellona che farà le stesse cose che faceva Belen. Ed è possibile poi denunciare "pregiudizi" e "stereotipi legati alla figura femminile" sul blog sociale dell'azienda. Ecco, francamente questo ha dell'inverosimile. Se fosse morta, la Klein si rivolterebbe nella tomba. Del resto, se riescono a proporci il Mc Donald's come genuino prodotto italiano, perché non credere a Telecom, paladina dei diritti e della dignità delle donne?

lunedì 14 febbraio 2011

Se non ora quando - Trieste

"Com'è bello far l'amore da Trieste in giù" cantava la Carrà duemila anni fa. E in effetti Trieste, la mia città, è sempre stata abbastanza nota nell'immaginario collettivo nazionale come il posto in cui maggiormente si indulgeva alle gioie dell'amore. Sarà perché è sempre stata un porto di mare, sarà perché ha vissuto sotto l'influsso austriaco fino a poco meno di un secolo fa, sarà perché le triestine hanno sempre avuto fama di essere bellissime. Non lo so. Comunque, tanto per dire, mia nonna materna negli anni Trenta andò a trovare dei suoi parenti che si erano trasferiti nel Lazio, e ci andò da sola, in treno. Sempre da sola, mia nonna usava andare al cinema, per godersi qualche momento di relax. Arrivata a Latina, mia nonna fece scandalo, ovviamente. Trieste ancora oggi ci dimostra che quello che dico è vero: nei bar del centro si incontrano signore di ottant'anni che bevono caffè e fanno conversazione. La città ne è piena. Di bar e di signore di ottant'anni. Una volta, dal parrucchiere, ho sentito un'anziana signora raccontare che dopo la tinta sarebbe andata al mare, lasciando al marito un buonissimo panino con la mortadella sul tavolo della cucina. Basta spostarsi qualche chilometro più a nord, o più a ovest, per notare già il cambio di scenario: i bar sono popolati da uomini di ottant'anni che bevono calici di vino e giocano a carte. Delle donne nemmeno l'ombra. Parlo di vecchie generazioni perché Trieste è anche una delle città con la media più alta di anziani d'Italia. Credo che tipo il 70% della popolazione qui abbia più di settant'anni. Ultimo breve dettaglio che vorrei precisare: Trieste è una città di destra. Per ragioni storiche, sociali, politiche che adesso sarebbe lungo spiegare. Ma fidatevi. In tutta la storia politica della città, l'unico sindaco di sinistra che abbiamo avuto è stato Riccardo Illy, l'imprenditore del caffè (poi diventato Governatore del Friuli Venezia Giulia). Quindi capite anche voi cosa intendo.
Insomma, tutto questo per dire che le donne a Trieste non hanno mai brillato per castità, né si sono mai particolarmente distinte per campagne di moralizzazione sessuale, né hanno mai dimostrato un particolare attaccamento ai precetti della Chiesa, e detestano i comunisti. In pratica, le sostenitrici ideali del nostro Presidente del Consiglio, che se non avesse concentrato tutta la movida ad Arcore, probabilmente sarebbe venuto a Trieste, magari intrattenendosi con donne più esperte, vista l'età media.
Questi pensieri stavo facendo ieri mattina, mentre andavo verso Piazza Unità d'Italia per partecipare alla manifestazione "Se non ora quando".
"Troverò qualcuno? E se sì, quanti saranno? Dieci, venti? Tre secondo la Questura? Maledetta pigrizia: dovevo andare a Roma."
E invece, con mio immenso stupore, grandissima gioia e anche un po' d'orgoglio campanilistico, ho trovato tremila persone ad aspettarmi. Cioè, ad aspettare e accogliere donne di tutte le età, fedi politiche e culture. Ovviamente l'età media della piazza si aggirava intorno ai sessant'anni, per forza di cose. Ma che c'entra. Ho trovato invece interessante notare come delle donne così storicamente libere e poco abituate a scandalizzarsi (dimenticavo: qui abbiamo anche il più alto tasso di topless da spiaggia, anche questo, ahimè, a tutte le età), abbiano scelto di scendere in piazza a protestare per la dignità calpestata. Voglio dire, dobbiamo essere proprio mal messe se addirittura le triestine sentono la necessità di mobilitarsi. E mi fa ancora più ridere la Santanchè (che già faccio fatica a seguire seriamente da quando la Cortellesi ha iniziato a imitarla), perché quando parla, assieme a Ferrara, di bacchettone e bigotte, non sa che un capoluogo di Provincia, nell'estremo Nordest, dove c'è il più alto consumo di Viagra del paese, la sta smentendo platealmente. Insomma, questa ennesima, sterile polemica delle donne moraliste che giudicano le escort e il loro diritto a prostituirsi, non sta né in cielo né in terra e né, aggiungo io, su nessun cartellone che ho visto alla manifestazione.
Evidentemente, le triestine (e i triestini) hanno sentito la necessità di dire qualcosa, di dimostrare un disagio. E si tratta del disagio che purtroppo anche in questa città le donne vivono spesso. Il disagio di sentirsi chiedere ai colloqui di lavoro se si ha intenzione di avere figli, il disagio di guadagnare di meno rispetto a un uomo a parità di livello e competenze, il disagio di non poter fare carriera, il disagio di non sapere dove portare i figli dalla fine della maternità al terzo anno compiuto del bambino. Sopportare tutto questo è già abbastanza impegnativo, se poi ci aggiungiamo anche il Rubygate, e cioè l'ennesima celebrazione del maschio dominante che si diverte sulla nostra pelle, beh, pure le triestine non ci hanno visto più. E mi pare anche tutte le altre. O meglio, tutte quelle che sono abituate ad affrontare quotidianamente i problemi e le difficoltà reali delle donne, piuttosto che a cazzeggiare con considerazioni politiche fini a se stesse (a destra come a sinistra).
Bene. Detto questo, accanto alle anziane signore di Trieste c'ero anch'io. C'erano diverse mie amiche. Molti conoscenti. Il fotografo Massimo Battista, che ringrazio per l'immagine d'apertura di questo post. Qualche politico in campagna elettorale per le prossime amministrative. E una mia cara amica dei tempi dell'Università, che è venuta con l'influenza, perché non voleva mancare. Il marito invece non poteva: doveva farsi la doccia. Giusto. L'igiene prima di tutto.

giovedì 10 febbraio 2011

Breve riflessione in vista di una tragica fine

Oggi riflettevo su questo. Siccome le sfighe non vengono mai da sole, oltre alla profezia nefasta dei Maya, c'è pure questa cosa della sovrapposizione dei canonici giorni festivi con vari sabati e domeniche dell'anno. Praticamente non possiamo nemmeno consolarci con qualche viaggio improvvisato approfittando dei classici ponti. E così, andiamo incontro al nostro tragico destino lavorando e accumulando ferie, delle quali quindi non godremo mai.
Su questo scenario sconfortante si è espressa recentemente Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, a proposito dell'unico nostro barlume di speranza: la celebrazione per l'unità d'Italia del 17 marzo. Che è un giovedì, stranamente. Dice che siccome l'economia è in crisi, non è il caso di perdere un giorno (o due, con il ponte) di lavoro.
Allora, cara Emma, io lo so che in quanto donna devi dimostrare di lavorare il doppio per essere rispettata la metà, e apprezzo molto il tuo sforzo. Davvero. Ma poi arriva un momento in cui tutto questo perde di significato, e questo momento è il 2012, dove, crisi o non crisi, uomini e donne saranno tutti uguali. Uguali davanti all'asteroide che ci colpirà (era previsto un asteroide? Non ricordo). Per cui, cara Emma, lasciaci godere in pace di quest'ultimo ponte, ché tanto nessuno sopravviverà per chiedere il TFR.

martedì 8 febbraio 2011

Sull'ossitocina e altre amenità

Stavo per andare a letto, ma poi la mia vita sociale virtuale mi ha fatto rimandare. Su facebook una mia amica segnala un articolo del Corriere che dice: "Per le donne un pranzo con le amiche è meglio di una notte di passione". Capite anche voi che non posso andare a dormire rimandando il commento su questo blog. Anche perché, poche ore prima, proprio con questa mia amica abbiamo deciso di andare a pranzo fuori la prossima domenica, dopo la manifestazione per la dignità delle donne. Quindi mi sento coinvolta in prima persona, in questa torbida storia di donne, pranzi e notti di passione. Ovviamente lei ironizza, commentando: "Adesso non esageriamo". In effetti l'articolo pare un po' sopra le righe, ma come al solito ti portano a testimonianza tutta una serie di ricerche scientifiche e di esperti internazionali che affermano proprio questo: le donne preferiscono le amiche al sesso. E non si parla di sesso scadente, eh, ma di quello normale, mediamente soddisfacente. Tanto che ti dicono che durante un pranzo con le amiche, le donne producono lo stesso ormone che viene prodotto con l'orgasmo: l'ossitocina. Che poi è lo stesso che si produce anche durante il parto, ma sul fatto che le donne preferiscano un pranzo con le amiche alle doglie, credo siamo tutti d'accordo, anche senza dimostrazioni scientifiche.
Comunque la ricerca ci dice questo: con le amiche produci ossitocina, con l'orgasmo produci ossitocina. A questo punto è evidente che le due cose sono sullo stesso piano. E invece no, perché sembra che sempre più donne preferiscano essere single e non rinunciare alle proprie amicizie, perché nelle relazioni con gli uomini si sentono più sotto pressione. Insomma, ossitocina per ossitocina, è meglio quella senza controindicazioni. Ci sarebbe in realtà da specificare la natura della relazione sessuale a cui si rinuncia, perché l'approccio della giornalista (e dei ricercatori?) è abbastanza tradizionalista: si dà per scontato che il sesso sia possibile solo all'interno di una relazione stabile, per cui alla fine la scelta è tra essere single o essere in coppia. Non ve lo devo spiegare io, ma è chiaro che in mezzo a questi due estremi ci sono tutta una serie di altre possibilità che a questo punto sarei curiosa di capire come vengono interpretate da questa ricerca. Per esempio la mia amica è single. E infatti ha giudicato esagerato questo articolo. Probabilmente, se la prossima domenica alla manifestazione per le donne incontrasse un uomo attraente che le proponesse un pomeriggio di passione, io e le altre saremmo destinate a pranzare da sole. Quindi non è solo una questione di ossitocina, mi pare. Cioè, se le dicessi: "Dai, resta con noi, ti garantiamo lo stesso apporto ormonale che avresti con quel tipo lì" non avrei nessuna speranza. Garantito. Ecco, abbiamo appena dimostrato che non sempre le donne preferiscono le amiche alla notte (o al pomeriggio) di passione. Certo, la mia non è una dimostrazione scientifica, ma a volte il buon senso può fare miracoli. Credo che la questione sia invece un'altra, ma che ha meno a che fare con l'ossitocina. Sull'evidente tendenza che hanno le giovani donne a preferire la singletudine alla vita di coppia, mi interrogherei con ben più di una ricerca. Sicuramente ci saranno motivazioni sociologiche, psicologiche, antropologiche, economiche e tutto quello che finisce in "che". Ma forse, pure questa famosa svalutazione e mancanza di rispetto per le donne non è che ti faccia venire tutta sta voglia di accoppiarti (in senso relazionale). Forse qualcuna si domanda chi glielo fa fare di rivivere in casa tutto quello che già vive fuori o sul posto di lavoro. Okay, questa sembra tanto una provocazione, e forse lo è. Ma insomma, qualcuno glielo dica ai ricercatori che per le donne mica è facile vivere con gli uomini.

lunedì 7 febbraio 2011

Dove tutto ha inizio

Sono su un ennesimo treno che mi porta a Milano, ma stavolta più per piacere che per dovere. Vado a presentare il libro di Marta Zacchigna "Milano da bare" e questo mi rasserena molto, sia perché l'autrice è una mia amica, sia perché mi dà l'occasione di vivere Trenitalia come una libera scelta e non come un'imposizione. Prima di partire ho fatto tappa in edicola, così da comprare qualche giornale da sfogliare distrattamente in faccia a tutti quelli che lavorano seduti davanti a me. Ovviamente all'edicola della stazione c'è sempre una fila mostruosa, per cui mi accodo religiosamente aspettando il mio turno. Ed ecco che il mio sguardo vaga tra le riviste esposte qua e là. Vedo gli album dei Barbapapà con i vari gadget allegati, vedo i giornali di caccia e di pesca accanto a quelli per gli amanti degli animali (il che mi pare abbastanza un controsenso), poi mi fermo intenerita sui periodici per teenagers. Avevo già fatto outing a suo tempo parlandovi delle mie letture adolescenziali all'uscita dalla chiesa (vedi: trattato su Cioè, nel post "Una bella gnocca sul calendario"), per cui capirete che per me, vedere esposti tutti i giornaletti che mi ricordano quanto ero felice e spensierata più di vent'anni fa, mi commuove come la fine del film di Forrest Gump. Noto subito che, accanto allo storico Cioè, sono fiorite negli anni decine di riviste parallele, segno che il segmento tira molto. Fra queste, compare Ragazze (o Ragazza, non ricordo bene), che in copertina ci offre un sunto di quello che troveremo all'interno: c'è l'immancabile test ("Arrossisci o fai arrossire?"), l'immancabile fenomeno da baraccone che non sa cantare, né ballare, né recitare, ma è tanto bello, gli immancabili articoli sulle difficili prove che la vita ci impone (sapersi fare i capelli, saper conquistare il compagno di banco, truccarsi in ascensore senza farsi scoprire dalla mamma) e, infine, un monito serio a tutte le lettrici, che parla di Sexting. Sembra davvero inquietante. Leggo le due righe sotto (la fila in edicola è ferma perché la vecchietta davanti sta pagando Cucina italiana in monete da un centesimo): "Attenzione, che le vostro foto osé sono a portata di tutti!" OMMIODDIO! Ma è terribile! - penso subito con un vago senso d'inquietudine - Adesso chi lo spiega a mio padre? E mia madre? Vorrà ancora rivolgermi la parola? E voi, assidui lettori di questo blog, avrete la stessa stima di me, se mai l'avete avuta, dopo aver visto le mie foto osé?
Per fortuna il mio delirio apocalittico dura pochi secondi. Quali foto? Le uniche in cui sono nuda risalgono a un paio di bagnetti che ho fatto ingenuamente nel 1975 e in cui ero troppo piccola per chiedere i diritti ai miei genitori. Sono stata costretta. Io non volevo (infatti nelle foto ero in lacrime). Mi tranquillizzo. Guardo di nuovo quella rivista. Sembra veramente un problema serio. E in effetti lo è, perché si dà per scontato che tutte le giovani lettrici di quella rivista abbiano delle foto osé. Cioè: è normale averne. E siccome è normale, allora ti mettono in guardia dai pericoli della loro diffusione. Allora mi domando, cari, vecchi, pudici, ingenui lettori, lo sapevate voi che le preadolescenti di oggi, appena hanno in mano un telefonino o una macchina fotografica digitale, la prima cosa che fanno è ritrarsi in pose osé? Io adesso lo so, e sono anche più consapevole di come, ad un certo punto, ci siamo ritrovati ad organizzare manifestazioni per la dignità della donna. La vecchietta esce dall'edicola, io compro "Repubblica", che a questo punto, mi sembra il sequel di "Ragazze".

sabato 5 febbraio 2011

L'inadeguatezza di una donna in merceria

Stamattina ho fatto un salto in una merceria a comprare delle toppe per i pantaloni del mio primogenito. Confesso di avere sempre avuto delle forti resistenze a questo tipo di acquisto, perché ho ben presente l'immagine di noi bambini degli anni Settanta, vestiti con le tute blu o rosse, con le strisce laterali bianche, e le toppe ovali di velluto che venivano preventivamente cucite dalle nostre mamme ancora prima che si bucassero, all'altezza delle ginocchia. Beh, quell'immagine mi ha sempre fatto un po' di tristezza, perché mi sa un po' di "trovatella dell'orfanotrofio di Candy Candy". Comunque lo stile di quell'epoca era così, e col tempo ho imparato ad accettarlo e a guardare le vecchie foto con più indulgenza. E poi, visto che una delle attività preferite del mio primogenito è la "derapata spaziale" sulle ginocchia, anche pantaloni messi tipo solo due volte si sfaldano come se avesse passato un mese nella giungla. Quindi niente: o toppe o morte. Questa storia dell'acquisto delle toppe sembra banale, ma mi sono presto accorta che non lo era. Intanto, già per uscire dalla logica consumistica del "si rompe = si compra nuovo" ci ho messo un po'. Poi, una volta accettata l'idea della toppa, si è posto un altro problema: dove si vendono? Qualche supermercato le ha, ma ogni volta che mi ricordo di cercarle, trovo sempre l'espositore semi esaurito. Bene, vuol dire che non sono l'unica. Qualcuno mi parla della merceria, dove credo di non essere mai entrata in vita mia.
"Sai, quei posti dove vendono tutte le cose per il taglio e cucito, fili, nastri, stoffe, aghi, puntaspilli..."
Okay, e dove ne trovo una? No, perché so dire esattamente quante enoteche ci sono nella mia città, so sempre qual è la libreria più vicina, il negozio di dischi e persino le pescherie. Ma la merceria non compare sul mio display. Nemmeno su quello del telefonino con le recenti applicazioni di geolocalizzazione (segno che la merceria non è un luogo molto frequentato nemmeno dagli altri possessori di smartphone). Un'amica me ne segnala una. Entro e mi ritrovo in una specie di suk, dove signore dagli ottant'anni in su sgomitano per attirare l'attenzione delle commesse. Vedo subito le toppe appese: c'è Winnie the Pooh, c'è Superman, c'è Batman, insomma, una bella scelta di forme, di colori e di testimonial.
"Vorrei quelle toppe".
"Le APPLICAZIONI, voleva dire".
Sono stata subito corretta dalla commessa, sottolineando l'importante differenza terminologica (e di conseguenza la mia ignoranza). Evidentemente le toppe sono rimaste quelle oscenità ovali di vellutino che dettavano legge negli anni Settanta (e nei secoli prima), mentre poi sono arrivate le applicazioni, che si possono mettere su qualsiasi capo di abbigliamento, a solo scopo decorativo. Io però ce le vedevo bene a coprire i buchi sui pantaloni. Comunque ostento una falsa consapevolezza di quello che stavo dicendo e confermo: "Sì, sì, le applicazioni, certo."
La commessa mi guarda con pietà, e il mio primogenito le fornisce definitivamente il quadro della nostra situazione: "Mamma, possiamo comprare questi fili colorati per papà, che li usa sempre per cucire?"

giovedì 3 febbraio 2011

Se non ora quando - Roma, 13 febbraio

Non mi posso assentare un attimo che succede il finimondo. Scusate, ma in questi ultimi giorni ero intenta a fare quella cosa che fanno tutte le donne. Quella cosa che ci porta spesso fuori casa. Quella cosa che ci fa tornare stanche la sera, ma a volte anche un po' contente. Insomma, lavoravo. E mentre lo facevo (in maniera più intensa del solito) nel mondo è successo di tutto. Ora mi sono un attimo fermata, così ci ragiono un po' su (più che altro sono a letto aspettando che cessi l'effetto dei sei caffè che ho bevuto oggi). Allora, intanto in Egitto e Tunisia non ci si può più andare. Almeno per ora. E già questo mi getta nello sconforto. Poi Current TV manda in onda il video della lapidazione di un uomo e una donna afghani che fa il giro del mondo e per il quale, evidentemente, non si era mobilitato nessuno. Il direttore generale della Rai telefona in diretta a Santoro dissociandosi dalla sua trasmissione. Il Presidente del Consiglio telefona a Lerner per insultarlo. Presa dall'entusiasmo, è venuta anche a me la voglia di comporre numeri a caso e sfogare lo stress di questa settimana. E poi, finalmente, vedo tutto un fiorire di iniziative delle donne su facebook. Vedo che c'è questa operazione virale di cambiarsi l'immagine del profilo con quello di una donna particolarmente in gamba del passato (o del presente). Donne che hanno aiutato il cammino verso la parità. Io alla fine ho lasciato la mia foto, in quanto Benedetta Gargiulo, che scrive il blog Donne in ritardo.  E così me la cavo e posso continuare a coltivare in pace la mia atavica pigrizia. Ma non finisce qui. Fioriscono qua e là manifestazioni, sit in, flash mob per sottolineare la distanza tra le donne normali, quelle che lavorano, che studiano, che si sacrificano, che combattono, che tengono alla loro dignità e quegli uomini (e alcune donne) che invece continuano sulla strada della discriminazione, dello svilimento, dell'insulto e dell'offesa. Oddio. Vuoi vedere che qualcosa si muove? E poi, arriva quella notizia che non ti saresti mai aspettato: una manifestazione nazionale delle donne. Che, voglio dire, di cortei e discese in piazza ne abbiamo visti di ogni tipo: metalmeccanici, studenti, Aquilani, allevatori, gay&lesbiche, pacifisti, sindacalisti, girotondini, e sicuramente ho dimenticato qualcuno. Ma donne, mai. Credo di avere avuto due anni quando c'è stato l'ultimo corteo femminista in Italia, e non penso che mia madre mi ci abbia portata, visto che aveva troppo da fare. Comunque questo non è un corteo femminista, ma è una manifestazione di donne. Non vi fa strano? A me un po'. Non so, non me l'aspettavo. Si chiama "Se non ora quando" (non so se per una citazione del romanzo di Primo Levi) e si terrà in diverse città italiane, ma principalmente a Roma il 13 febbraio. Pensa te, scrivo da quattro mesi e ho già scatenato un movimento di piazza. Ma no no, lo so che il merito non è mio. Dobbiamo ringraziare il nostro Premier invece, che ci ha fatto scattare la molla dell'attivismo. Che poi non è questo che fanno i leader? Provocano l'entusiasmo delle persone, le spingono ad agire. E Berlusconi, evidentemente, ha avuto questo merito. Grazie Premier, che ci fai scendere in piazza.
Non lo so se riuscirò ad andare a Roma. Ho tante resistenze: i figli, la domenica, il viaggio lungo, Trenitalia. Ma soprattutto la causa stessa che ha scatenato tutto questo. Che è una causa politica. Mi domando se tutte queste donne si sarebbero mobilitate lo stesso se avessimo avuto un Presidente del Consiglio schivo e riservato, se invece dei festini con le escort avesse organizzato dei tornei di canasta con i suoi collaboratori. Mi domando insomma se le donne prima di Berlusconi se la passavano meglio e se dopo Berlusconi (perché un giorno, anche se vi sembra impossibile, ci sarà un DOPO) non ci saranno più discriminazioni sui posti di lavoro, né donne nude sui cofani delle macchine, e i lavori domestici saranno ripartiti al 50% nella coppia. Ecco, questa è la mia remora. Mi piacerebbe che la questione politica si limitasse ad essere solo la miccia, il casus belli, e che poi si parlasse di altro, e cioè dei problemi globali e totali che vivono le donne ogni giorno. Invece ho il timore che l'onda di protesta femminile venga poi cavalcata politicamente (e non uso a caso questa metafora) e non socialmente. Ho paura che molti non si siano nemmeno posti tutti i problemi che ci siamo posti noi fino a oggi. Ho paura che venga tutto oscurato dall'impellente esigenza di mandare a casa Berlusconi e niente più. Invece mi piacerebbe che il claim dello spot di questa iniziativa, girato dalla Comencini e recitato dalla Finocchiaro: "L'Italia non è un paese per donne", portasse avanti proprio questo concetto, al di là della politica. Ma poi mi dico "Basta con tutte 'ste pippe! Che poi hanno ragione a dirci che chiacchieriamo troppo e non combiniamo niente".
Ci vediamo a Roma.

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